Bill Gates e Steve Jobs, nati entrambi nel 1955 a pochi mesi di distanza, hanno dato vita alla più straordinaria rivalità nel mondo della tecnologia: Microsoft vs Apple. Una rivalità che va oltre la strategia delle loro aziende.
Cinquant’anni fa, in un piccolo ufficio ad Albuquerque, in Nuovo Messico, Bill e il suo amico Paul Allen fondavano Microsoft, scommettendo sul software quando tutti pensavano solo all’hardware. Un anno dopo, in un garage di Cupertino, Steve Jobs e Steve Wozniak davano vita ad Apple, con una filosofia agli antipodi: per fare un grande hardware bisogna sviluppare anche il proprio software. Due visioni del mondo così diverse ma destinate a intrecciarsi ripetutamente come in un tango appassionato e litigioso che continua ancora oggi.
Per comprendere davvero la tecnologia moderna è fondamentale analizzare questa rivalità iconica. Microsoft voleva “un computer su ogni scrivania e in ogni casa”, democratizzando l’informatica con un approccio pragmatico e diffuso. Apple invece puntava su eleganza e controllo totale dell’esperienza, preferendo lasciare “una tacca nell’universo” piuttosto che conquistarlo tutto. Gli uni pensavano al software che potesse girare ovunque, gli altri a dispositivi perfetti e chiusi in cui hardware e software fossero fusi. I primi ritenevano irrilevante l’estetica e parlavano in prima battuta alle imprese, i secondi erano pensati “per il resto di noi”, gli artisti i ribelli e gli anti-convenzionali. È stato questo contrasto a spingere entrambe a superarsi continuamente, in un duello che ha trasformato il panorama tecnologico globale e le cui tracce sono ancora presenti nella nostra società.
La grande crisi
Il punto di rottura arrivò quando Microsoft, dopo essere cresciuta sviluppando software per Mac, lanciò il sistema operativo Windows con un’interfaccia che sembrava ispirata (per usare un eufemismo) a quella Apple. Le cause legali che seguirono furono solo la punta dell’iceberg di una competizione feroce. Windows 95 segnò la vittoria momentanea di Microsoft, che conquistò il 90% del mercato, mentre Apple affondava in una crisi che sembrava terminale soprattutto vista l’estromissione del talentuoso Steve Jobs dalla compagine aziendale. Una vittoria schiacciante che faceva apparire Gates come il dominatore incontrastato della rivoluzione digitale e Jobs il perdente esiliato dalla sua stessa creatura.
Ma come in ogni grande storia, il colpo di scena era dietro l’angolo. Nel 1997, in una mossa che colse tutti di sorpresa, prima Jobs tornò alla guida di Apple e subito dopo Gates investì 150 milioni di dollari in Apple, salvando di fatto il rivale sull’orlo del fallimento. Un gesto pragmatico, certo, per evitare accuse di monopolio, ma anche una dimostrazione di quanto questo dualismo fosse necessario. I due uomini non erano amici ma erano alla fine imprenditori che riconoscevano rispettivamente i propri meriti e vedevano il mercato in modo molto pragmatico e transazionale. Gli utenti Mac ebberoil pacchetto Microsoft Office, Gates ottenne una via d’uscita dalle accuse antitrust (Microsoft ha affrontato diverse vertenze con l’antitrust, sia negli Stati Uniti che in Europa: la più famosa è stata quella negli Stati Uniti alla fine degli anni ’90 e nei primi anni 2000 per aver integrato il browser Internet Explorer in Windows, danneggiando Netscape) e la grande partita poté continuare.
Il ribaltamento
Quando Jobs tornò alla guida di Apple, cambiò completamente le dinamiche dell’informatica, aprendo una nuova fase. L’iPod nel 2001 e l’iPhone nel 2007 trasformarono la Mela da produttore di computer di nicchia a gigante dei dispositivi consumer nell’era post-pc. Microsoft, che dominava i pc, si trovò improvvisamente a inseguire in un mondo che stava diventando mobile. Il sorpasso in borsa fu clamoroso: Apple, che Gates aveva salvato dall’oblio, superò Microsoft in capitalizzazione nel 2010. Una di quelle ironiche vendette che la storia talvolta regala, con Jobs che poteva finalmente sorridere dall’alto del suo successo.
Fonte : Wired