Digital services act, i dazi di Trump mettono alla prova la linea dura dell’Europa con le big tech

Per le big tech i 58 milioni di euro pagati per coprire le spese che la Commissione europea si sobbarca per i controlli del Digital Services Act (Dsa) sono noccioline. Ciascuna delle 22 piattaforme sottoposte al pacchetto di regole sui servizi digitali – Facebook, Google, X, TikTok, tanto per citare le principali – deve corrispondere al massimo lo 0,05% del fatturato globale. Che sono soldi, visti i giri d’affari stellari, ma niente che le metta in ginocchio, salvo la fondazione dietro Wikipedia, che certo non maneggia le somme da capogiro che gli ad di Meta, Microsoft e Alphabet, ossia Mark Zuckerberg, Satya Nadella e Sundar Pichai, iscrivono a bilancio.

Le spese contestate

Eppure c’è da credere che anche questi soldi, con cui i controllati coprono le spese dei controllori, finiranno nel calderone delle recriminazioni mosse dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro la Commissione europea. D’altronde, quando all’inizio dell’anno Zuckerberg saltava sul carro del vincitore accusando Bruxelles di sovra-regolare, aveva in mente in primis il Digital Services Act, sotto il cui ombrello è scattata una denuncia formale contro Meta per il pericolo di dipendenza che genera nei minori. La società, peraltro, ha pagato il canone 2025 del Dsa fuori tempo massimo, l’8 gennaio, secondo quanto registrato a Bruxelles. Proprio mentre il suo capo cannoneggiava contro le norme comunitarie e prometteva di azzerare il sistema di fact-checking.

Non a caso quest’anno la multinazionale di Facebook, Instagram e Whatsapp, ha depositato un secondo ricorso contro le spese che la Commissione europea ha presentato, dopo una prima opposizione già avviata nel 2024 e in fase di discussione, come confermato a Wired dalle autorità comunitarie. Altrettanto ha fatto Tiktok, con due ricorsi, mentre si è aggiunto anche un fascicolo di Alphabet, la holding di Google, che ha il maggior numero di servizi vigilati dal regolamento (Search, shopping, maps, play e Youtube).

Mentre i 58 milioni sono richieste per far fronte al bilancio di previsione dei costi del Dsa, le cause si riferiscono ai contributi già pagati, nel 2023 e nel 2024. È significativo che Alphabet si decida a contestare la spesa nel 2025, dunque per il versamento relativo all’anno precedente, e non abbia invece fatto un plissé nel 2024. È un altro, piccolo galletto che segna il cambio di direzione del vento dagli Stati Uniti.

Contro la propaganda di Trump

La spesa per il 2025 non si discosta molto da quella dell’anno precedente. Secondo il rapporto prodotto dalla Commissione europea, l’anno scorso sono stati spesi circa 50 milioni per tenere in piedi la macchina dei controlli. Di questi, 15,2 milioni sono serviti a pagare il personale arruolato (51 persone quelle assunte ex novo) e 34,8 a coprire i costi operativi, che hanno riguardato la designazione di nuove piattaforme da vigilare dopo il blocco iniziale (tra cui l’ecommerce cinese Temu) e l’apertura di nove procedimenti formali di indagini su potenziali violazioni delle regole.

Fonte : Wired