La vita di Belle è cominciata grazie a un piccolo campione di tessuto cutaneo. Oggi è una gattina di 8 anni che non ha mai conosciuto la sorella che le ha dato la vita. Si chiamava Chai ed è scomparsa prima della sua nascita per le complicazioni di un’operazione chirurgica. La sua morte ha gettato la sua padrona nella disperazione che, dopo aver scoperto l’esistenza di un’azienda che permetteva la clonazione di animali da compagnia, ha deciso di replicare il suo amato gattino. Oggi ha un profilo Instagram in cui si batte per “sfatare i miti” sulla clonazione degli animali domestici.
Cosa ci hanno chiesto per clonare un animale domestico
Il suo non è un caso isolato. Anche molti vip hanno deciso di fare lo stesso. Nel 2018 Barbra Streisand annunciò di aver fatto clonare il suo cane, mentre il presidente argentino Javier Milei vanta ben cinque cloni del suo cane, un mastino inglese prematuramente scomparso, che ha chiamato con i nomi di cinque economisti americani ultra-liberisti.
Abbiamo provato anche noi a richiedere la clonazione di un cane e un gatto domestico, rivolgendoci a diverse aziende specializzate. La prima azienda a cui scriviamo è la britannica “Gemini Genetics”. Ci specificano che il loro compito è quello di congelare e preservare le cellule del nostro animale.
Per clonare il nostro gatto, che abbiamo chiamato “Pallino”, ci chiedono un campione di tessuto epiteliale, che può essere prelevato dal nostro veterinario di fiducia. I campioni sono prelevabili entro 5 giorni dal decesso. Le cellule di “Pallino” verranno quindi coltivate in laboratorio e ibernate, per essere poi pronte per essere clonate. A quel punto il materiale verrà inviato a ViaGen Pets&Equine – azienda statunitense tra le leader mondiali della clonazione animale – che si occuperà di realizzare un vero e proprio gemello del nostro gatto che ci farà compagnia dopo la sua dipartita.
Anche la seconda azienda che contattiamo, la croata Petcloning.eu, afferma che si occuperà della conservazione del materiale genetico del nostro animale da compagnia. Lo invierà poi a tempo debito ai suoi partner in Cina: si chiamano Sinogene e sono un altro colosso mondiale della clonazione animale.
Un mercato di nicchia dai costi proibitivi
Quello che impariamo subito, però, è che la clonazione non è certo un’opzione alla portata di tutti. Gemini Genetics, la prima azienda contattata per “Pallino”, ci informa che si parte da una base di oltre 700 euro solo per preservare il materiale genetico del nostro gatto, a cui si aggiungono poi quasi 2mila euro per la coltura cellulare che precede l’ultimo step, ovvero la clonazione vera e propria e che costa oltre 46mila euro. Il prezzo complessivo per clonare il nostro gatto sfiora quindi i cinquantamila euro. Anche i costi della seconda azienda croata si aggirano su queste cifre.
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Contattiamo un’altra impresa spagnola, la Peternity Genetics, con la richiesta di voler clonare il nostro cagnolino di nome Patty. In questo caso il prezzo che ci viene fatto è più conveniente, ma comunque elevato: “Non vediamo l’ora di aiutarvi a preservare il testamento genetico di Patty”, ci rispondono, facendoci sapere che la loro azienda fa prezzi molto competitivi. Per la clonazione, più il costo della preservazione delle cellule e della coltura cellulare, si pagano complessivamente “appena” 41.400 euro.
E se per cani e gatti i costi sono gli stessi, lievitano decisamente quando parliamo di cavalli. A essere replicati sono spesso esemplari da corsa con caratteristiche particolari e molto rare in natura. In questo caso il prezzo dell’operazione sfiora gli 80mila euro.
Come funziona il processo di clonazione
Quando il 5 luglio del 1996, nacque a Edimburgo il primo mammifero clonato, la pecora Dolly, la notizia suscitò entusiasmo e inquietudine globale. Di certo per il mondo scientifico fu un traguardo epocale. “La tecnica è rimasta la stessa, il problema è che oggi non è ancora efficiente e funziona solo con grandi numeri”, ci spiega il professor Pasqualino Loi, docente di Fisiologia ed embriologia veterinaria all’Università di Teramo, che tra il 1991 e il 1994 ha lavorato nel team di ricerca che portò al processo di clonazione di Dolly.
Il processo è sintetizzabile in pochi passaggi. Vengono prelevati degli ovociti da un esemplare femmina, pronti a essere fecondati, che vengono “svuotati” dei cromosomi, ovvero del patrimonio genetico. Al suo interno viene quindi trasferito il nucleo della cellula dell’animale che si vuole clonare. Il nucleo viene incorporato dall’ovocita, al quale viene dato uno stimolo artificiale che gli dà la sensazione di essere stato fecondato.
Qui però cominciano spesso i primi problemi: “Nel 95% dei casi la gravidanza si interrompe nel giro di pochi giorni, solo dall’1 al 5% dei casi nasce un animale, anche se spesso nasce un esemplare che presenta anormalità. Non parliamo di ‘mostri’, ma di feti mal formati che nascono già morti. La tecnica però funziona sui grandi numeri: quando nasce un individuo sano è perfettamente uguale all’originale, con qualche eccezione per il mantello nel cane e nel gatto” ci spiega Pasqualino Loi.
Perché avviene questo? Perché non stiamo utilizzando un embrione formato dall’unione dei cromosomi di uno spermatozoo e di un ovulo, ma da quello di un’unica cellula che si è già differenziata, come nel caso del campione di tessuto epiteliale, e che deve ritornare allo stato embrionale.
A 20 anni dalla morte della pecora Dolly perché non è stato ancora clonato l’uomo?
“Una cellula della pelle utilizza solo quella porzione di cromosomi che gli permettono di creare altre cellule della pelle, la stessa cosa vale per tutti i tipi di cellula del nostro corpo, nella clonazione c’è un cortocircuito – osserva Pasqualino Loi – Per permettere la clonazione, l’ovocita deve cancellare tutte le informazioni che la cellula ha accumulato durante il processo differenziativo e deve riportarla al punto zero: se questo processo funziona nasce un individuo sano, altrimenti l’animale muore durante la gravidanza. Non abbiamo ancora capito tutte le ragioni di questo processo, ma è empirico: in una percentuale minima di casi questa tecnica funziona”. Un particolare che giustifica anche l’alto costo delle clonazioni e che ci pone di fronte ad altri generi di problemi.
I problemi etici e l’importanza della ricerca scientifica
Sì, perché almeno nei casi di animali domestici, come cani o gatti, il problema, non marginale, è il benessere animale. Per effettuare processi di clonazione si ha infatti bisogno di femmine da cui estrarre gli ovociti che, dopo essere stati fecondati con le cellule della pelle, dovranno poi essere impiantati nuovamente nell’ovidotto di una madre surrogata. Sarà quest’ultima a portare a termine una gravidanza che è spesso problematica, come abbiamo già spiegato sopra. Un particolare che solleva dubbi sulla legittimità di queste operazioni.
Inoltre non sempre il carattere degli animali da compagnia clonati corrisponde al suo gemello naturale: “Il background genetico è importante se vogliamo produrre carne o latte, ma il carattere è un’altra cosa. Nel caso degli animali, come avviene per noi, è soprattutto il risultato delle nostre interazioni con l’ambiente che ci circonda”, avverte Pasqualino Loi.
In altri ambiti l’uso delle tecniche di clonazione e ingegneria genetica potrebbero però rivelarsi fondamentali: “Sono essenziali per salvare animali in via di estinzione. Inoltre, con l’avanzare del global warming, clonazione e tecniche di ingegneria genetica possono essere fondamentali nel selezionare e replicare animali che hanno determinate caratteristiche: ad esempio che riescono a produrre latte anche ad alte temperature – puntualizza Loi – per non parlare poi delle applicazioni biomediche, ovvero della produzione di animali da cui estrarre organi, geneticamente modificati, da utilizzare per trapianti umani o per produrre modelli animali di patologie umane, così da studiarle in modo più efficiente”.
Al di là degli aspetti commerciali insomma, le potenzialità, così come le tante implicazioni bioetiche, sono rilevanti. Di certo però la ricerca deve progredire e non deve essere un tabù, come sottolinea il professor Loi: “La clonazione è una delle più grandi scoperte scientifiche del secolo scorso, esistono sicuramente aspetti problematici, ma se non si fa ricerca di base, nemmeno le tecniche possono progredire. Poi bisogna capire come vogliamo utilizzarle”. Perché, se le implicazioni etiche rimangono in piedi in tutti i casi, clonare animali da compagnia di ricchi benestanti e combattere malattie incurabili o la fame del mondo non sono certo la stessa cosa.
Fonte : Today