La formula per i dazi di Trump non piace agli economisti

La formula per i dazi di Trump ora è nota. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il 2 aprile 2025 l’introduzione di dazi su prodotti importati da oltre cento paesi. I dazi sono stati calcolati sulla base di una formula matematica che ha suscitato critiche tra gli economisti. L’equazione, pubblicata dal dipartimento del Commercio statunitense, calcola le tariffe partendo dal deficit commerciale americano nei riguardi di ciascun paese. Questo approccio è considerato privo di fondamento scientifico dagli esperti, poiché presuppone erroneamente che un deficit commerciale sia sempre causato da pratiche commerciali sleali dei paesi partner.

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Perché gli economisti criticano la formula per i dazi di Trump

La formula di calcolo funziona così: si prende il deficit commerciale degli Stati Uniti verso un determinato paese (cioè quando gli Usa acquistano da un paese più di quanto vendono a quel paese), lo si divide per il totale delle importazioni americane (ovvero il valore complessivo dei beni che gli Usa acquistano da quel paese), e poi si dimezza il risultato. Un esempio concreto: nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato dall’Unione europea beni per un valore di 605,8 miliardi di dollari, mentre hanno esportato verso l’Ue merci per 370,2 miliardi, generando un deficit commerciale americano di 235,6 miliardi (605,8 – 370,2 = 235,6). Questo deficit è a favore dell’Unione europea, che vende agli Usa più di quanto acquista. Applicando la formula, si divide 235,6 per 605,8, ottenendo 0,39 (o 39%), che dimezzato diventa 19,5%, arrotondato al 20%. Questo 20% è la tariffa imposta alle merci europee, il che significa che un prodotto europeo del valore di 100 dollari costerà 120 dollari negli Stati Uniti.

La formula completa include l’elasticità della domanda di importazioni (ε), che misura quanto variano le importazioni al cambiare dei prezzi, e il coefficiente di trasmissione dei dazi (φ), che indica quanta parte del dazio si trasferisce effettivamente sui prezzi finali. L’amministrazione ha scelto un’elasticità pari a 4 (significativamente superiore al valore di 2 indicato dagli studi recenti) e un coefficiente di trasmissione di 0,25 (molto basso rispetto all’esperienza storica). Queste scelte parametriche, secondo il Financial times, appaiono calibrate per ottenere risultati predeterminati piuttosto che per riflettere la realtà economica, portando a tariffe che oscillano dallo 0% al 99%, con una media ponderata del 41% a livello globale e una variabilità statistica (deviazione standard) tra 20,5 e 31,8 punti percentuali.

Il problema non è nella matematica ma nell’applicazione politica di questa formula al commercio internazionale. Gli economisti criticano questo approccio perché utilizza un’equazione elementare per determinare tariffe che impattano su fenomeni economici complessi, presentando una scelta politica come se fosse un calcolo oggettivo. Trump ha trasformato la sua visione politica sul commercio in una formula, partendo dal presupposto che il deficit commerciale sia sempre indicativo di uno squilibrio da correggere. Il Financial times riporta che questa visione contraddice la teoria economica moderna, secondo cui gli squilibri commerciali sono spesso il risultato naturale di differenze strutturali tra economie, non necessariamente di barriere o pratiche scorrette.

Fonte : Wired