La rivoluzione silenziosa degli agenti digitali è iniziata. Presto ognuno di noi avrà un assistente capace non solo di rispondere a tutte le domande, ma di agire per conto nostro: scrivere una mail, leggere le risposte, organizzare l’agenda, prenotare un ristorante, proporre un piano B se qualcosa non funziona.
Benvenuti nell’era degli agenti digitali. «È la nuova rivoluzione. Un agente digitale non si limita a eseguire un compito. Deve ragionare, adattarsi, gestire l’incertezza. E collaborare con l’intelligenza umana».
Silvio Savarese è tra le 100 personalità più influenti al mondo nel campo dell’intelligenza artificiale, secondo Time Magazine. Al 15esimo tra i primi 100 per Business Insider nel 2023. E la sua visione è ancora più dirompente. «Gli agenti comunicheranno tra loro. Io avrò il mio assistente, tu il tuo, le aziende i loro. E inizieranno a dialogare. Per esempio: voglio noleggiare un’auto. Il mio agente digitale conosce i miei gusti, le mie abitudini, sa quanto voglio spendere. Contatterà l’agente digitale della compagnia di noleggio e negozierà per me le condizioni migliori. Troverà un assistente che cercherà di vendergli un upgrade o un pacchetto di optional. I due negozieranno tra loro. Uno proverà a difendere i miei interessi, l’altro quelli dell’azienda. E noi saremo lì, a osservarli trattare».
Savarese è l’uomo che sta costruendo questa nuova rivoluzione. Allena agenti autonomi, progettati per entrare nelle aziende.
Ha iniziato a studiare IA quando nessuno ne parlava, venticinque anni fa. Ha attraversato inverni tecnologici e rivoluzioni scientifiche, e dopo anni trascorsi nelle migliori università del mondo, oggi guida l’innovazione di una delle più importanti big tech globali. È executive Vice President e Chief Scientist a Salesforce a San Francisco. «Il mio compito è guidare la ricerca, orientare la roadmap tecnologica e creare un ponte tra innovazione scientifica e sviluppo prodotto. Costruiamo prototipi, testiamo le idee e, quando funzionano, le trasformiamo in prodotti veri».
Il suo è un percorso straordinario che affonda le radici lontano, in un’altra epoca e in un altro continente.
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Napoli, anni Novanta. È qui che inizia la sua storia. Figlio di un ingegnere, appassionato di fantascienza, si laurea in ingegneria elettronica alla Federico II. Si avvicina all’intelligenza artificiale e ai nuovi mondi leggendo libri. «Non c’erano modelli generativi, non c’erano chatbot. Solo un’intuizione: quella che i computer potessero svolgere compiti simili a quelli umani. Era un’area ancora di nicchia, ma la trovavo estremamente promettente».
Si laurea con una tesi sull’intelligenza artificiale e sogna di lavorare nei centri di ricerca in Europa o negli Stati Uniti. Fa diverse application e a rispondergli tra i primi è Pietro Perona, professore italiano al Caltech di Pasadena, che lo invita a iniziare lì un dottorato di ricerca in Ingegneria Elettrica. Savarese accetta. Parte da Napoli per la California: è il suo primo salto nel buio. «Avevo vissuto con i miei genitori fino alla laurea. Partire è stata un’avventura…».
Al California Institute of Technology studia visione artificiale, la computer vision. «Puntavamo a fare in modo che i computer potessero osservare e capire il mondo esterno». Nei laboratori incontra quella che poi diventerà sua moglie, Fei-Fei Li, allora giovane ricercatrice oggi è una delle voci più autorevoli nel campo dell’intelligenza artificiale, pioniera della computer vision e creatrice di ImageNet.
Dopo Pasadena arriva la proposta dell’Università dell’Illinois — «un’università stupenda ma in mezzo a campi di grano» — poi quella del Michigan, dove affronta il percorso di tenure track: «Nelle università degli Stati Uniti hai cinque anni per dimostrare se vali. Ogni passo è sotto esame. Devi pubblicare, insegnare, raccogliere fondi. Se produci risultati, alla fine dei cinque anni ti danno la cattedra. Se no, ti lasciano andare».
Poi, la svolta: l’offerta da Stanford, professore di computer science. Qui avvia un nuovo filone di ricerca tra computer vision, machine learning e robotica. «Erano gli anni della rivoluzione del deep learning». Pubblica più di 200 articoli scientifici.
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Dopo quindici anni di carriera accademica, decide di cambiare strada. Prima fa una startup, poi entra in Salesforce. «Se vuoi fare ricerca avanzata sull’intelligenza artificiale servono infrastrutture, potenza di calcolo, accesso ai dati. E soldi. Anche un’università prestigiosa come Stanford ha dei limiti. Così ho scelto di fare un “altro salto nel vuoto” ed entrare in una grande azienda. È stata un’incredibile opportunità».
Qual è la sua visione del mondo che stiamo vivendo? «Stiamo assistendo a un cambiamento epocale. Siamo passati dall’intelligenza artificiale predittiva a quella generativa, e ora agli agenti digitali. Solo tre anni fa si parlava di raccomandazioni: su Netflix o Amazon l’intelligenza artificiale ci suggeriva che film guardare o cosa comprare. Oggi l’IA genera contenuti, scrive testi, crea immagini, programma codice. Ma la vera rivoluzione arriva ora: sono gli agenti digitali, sistemi capaci di agire per nostro conto».
E poi per farti capire, Savarese spiega esattamente quali sono le caratteristiche della tecnologia. «Quando parliamo di agenti digitali, intendiamo sistemi di intelligenza artificiale con una memoria, capaci di ricordare conversazioni, relazioni, contesto. Utilizziamo tecnologie come il retrieval-augmented generation, che permettono di richiamare contenuti rilevanti e usarli nel momento giusto».
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Ma c’è di più. Il secondo aspetto di un agente è il “cervello”. «Un agente deve saper scomporre un compito complesso in una sequenza di azioni. E deve essere flessibile: se qualcosa va storto, deve saper adattarsi, proporre alternative, chiedere chiarimenti».Ed è qui che entra in gioco un principio chiave: «Si chiama human-in-the-loop. L’essere umano deve restare nel processo decisionale. Quando l’agente non è sicuro, deve coinvolgerci. L’IA non può sostituirci nei momenti critici: deve amplificare la nostra intelligenza, non rimpiazzarla».
Gli agenti digitali che agiscono per conto nostro aprono però a nuovi interrogativi. E Savarese che non ha perso l’attitude del professore te li elenca.
«Il primo punto è la privacy e la confidenzialità. Per diventare agenti personalizzati devono conoscerci, sapere i nostri gusti, le nostre preferenze, avere accesso ai nostri dati. E se li rivelano all’esterno? Dobbiamo assicurarci che questo non accada».
Poi c’è la questione della trasparenza. «Se mi scrive un agente, voglio sapere la sua identità. Devo capire se sto parlando con un umano o con un agente digitale»
Terzo aspetto, l’interpretabilità. «Se prende una decisione, soprattutto se sbagliata, devo poter risalire alla logica, conoscere le sue fonti».
E infine: aspetto importantissimo, la responsabilità. «Nel momento in cui l’agente digitale prende una decisione e fa un errore, chi è responsabile? L’agente? L’azienda che lo ha creato? L’utente? La responsabilità è un tema enorme, non solo etico, ma anche legale, assicurativo…».
Quattro principi bellissimi, ma chi li deve far rispettare? «Questo è un’ottima domanda. Le aziende devono lavorare con i governi per creare protocolli chiari e sicuri. Non basta la tecnologia, servono principi etici, confini, boundaries all’interno dei quali questi negoziati possano avvenire.
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Savarese è profondamente ottimista. «L’IA non è un nemico ma uno strumento che può potenziare le nostre competenze. Gli agenti digitali non sono mirati a sostituire il lavoro delle persone, ma a coprire “aree oscure”, dove non è opportuno utilizzare gli esseri umani».
Partito giovanissimo, lo scienziato ha sempre tenuto una forte relazione con l’Italia. «Pensavo di tornare dopo il PhD e non l’ho più fatto. Ma non ho mai dimenticato il mio Paese. Con mio padre ho anche instaurato una bellissima collaborazione professionale: abbiamo sviluppato la serie Capri, tre avventure di videogiochi che abbiamo distribuito in America e in Europa. Oggi faccio parto dell’Advisory board di Innovit e di quello di AI4I, il nuovo istituto italiano per l’intelligenza artificiale. Cerco di contribuire al dibattito e di promuovere l’IA. Credo che nelle scuole elementari dovremmo già fare corsi per insegnarla. Uso ChatGPT per un confronto su nuove idee, spingo i miei figli – che sono piccoli e vanno ancora a scuola – a usarlo. Dico loro: «Fallo con criterio e mente critica, cerca di capire, non prendere tutto da lì come oro colorato, ma impara». Impareremo tutti. Un po’ come abbiamo imparato a utilizzare internet. Grazie all’IA possiamo democratizzare l’istruzione, ogni studente può avere a disposizione un tutor e capire nuovi concetti, imparare nuove discipline, conoscere nuove lingue».
Dell’Italia ama due cose in particolare. «Amo la sua voglia di innovare. Nonostante le difficoltà, il Paese vuole migliorare, vuole evolversi, vuole contribuire al dibattito mondiale. E poi c’è Sinner, il mio atleta preferito, lo seguo a distanza con grande passione. E la sua tecnica è un modello per me per creare agenti digitali eccellenti. Durante la vittoria agli US Open del 2024, Sinner e il suo team hanno rivisto i filmati delle partite, analizzato i punti deboli e progettato sessioni di allenamento mirate per colmare quelle lacune. Non basta colpire forte e con precisione. Deve mantenere lucidità strategica per tutta la partita, intuire rapidamente le debolezze dell’avversario, adattare il proprio gioco in tempo reale. Allo stesso modo, un sistema di EGI (Enterprise General Intelligence) non solo deve portare a termine i compiti con affidabilità, ma anche reagire con intelligenza, riorientarsi strategicamente e adattarsi come un campione».
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C’è una lezione che hai imparato e che può servire anche a tutti noi?
«Ho imparato a non aver paura degli strumenti nuovi. L’essere umano tende a guardare il nuovo con sospetto, invece dovremmo abbracciare la modernità. Perché tanto arriva. La tecnologia non si ferma. I salti nel vuoto fanno parte della vita. E spesso sono pieni di opportunità. Ho avuto una grande passione, l’ho inseguita, ci ho creduto. E ho cercato di crescere, coltivando una growth mindset. Nella mia carriera ho sempre continuare a imparare, nonostante spesso fossi dall’altra parte della cattedra…».
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Fonte : Repubblica