Stellantis ferma le linee e licenzia in tutta America. La visita di John Elkann alla Casa Bianca dei giorni scorsi evidentemente non è bastata a indurre il presidente americano a più miti consigli. Vediamo.
Musk l’aveva capito
Persino Elon Musk lo scorso anno aveva deciso di bloccare tutti i progetti che Tesla aveva in Messico: oltre il confine sud degli Stati Uniti, infatti, l’imprenditore oggi al Doge (il dipartimento di Wahington per l’efficienza governativa) avrebbe voluto costruire – probabilmente nello Stato di Nuevo Leon – il fiore all’occhiello della produzione del marchio di Austin per servire i mercati Usa e canadese. Se ne parlava dal 2022 come possibile culla della “Tesla economica”.
Ma non era aria, e Musk aveva poi frenato tutto già nell’ottobre dell’anno successivo. Solo nel 2024 aveva spiegato di essere in attesa di comprendere come sarebbero andate le elezioni presidenziali statunitensi, dato che Donald Trump minacciava dazi a tutto spiano e il Messico era puntualmente tra i suoi bersagli preferiti. Non è stata altrettanto fortunata Stellantis, che proprio lo scorso anno aveva avviato nel proprio stabilimento di Toluca la produzione di auto elettriche.
I dazi travolgono i recenti investimenti messicani di Stellantis
Nell’impianto messicano il gruppo italo-francese ha appena finito di investire ben 1,6 miliardi di dollari per preparare quelle linee alle nuove istanze della mobilità elettrica. Nessuna cifra avrebbe, invece, potuto prepararle alla sfida di una geografia commerciale ridisegnata a colpi di pennarelloni e lavagnette straripanti di numeri.
E così, poche ore dopo l’introduzione dei dazi del 25% su tutte le auto provenienti dall’estero, Stellantis ha dovuto ingranare la retromarcia: la prossima settimana chiuderà per un mese intero la fabbrica di Toluca nella quale vengono prodotte le Jeep Compass e Wagoneer S. Per avere una idea di come i dazi di Trump stiano sfarinando i progetti industriali del gruppo è sufficiente spulciare i materiali informativi. Nella pagina dell’impianto messicano si legge: “La produzione della Jeep Wagoneer S è stata avviata alla fine del 2024 e” solo all’inizio del 2025 erano iniziate “le spedizioni ai concessionari“.
O, ancora, si può riprendere in mano questa agenzia del 18 dicembre scorso: “Stellantis prevede una crescita a doppia cifra delle vendite in Messico nel 2025 con il lancio di 15 modelli e promette nuovi investimenti per l’espansione delle operazioni in terra azteca, ha affermato Carlos Quezada, presidente della società nel paese“. Non è dato sapere se tali progetti saranno mantenuti anche dopo l’intervento a gamba tesa di Trump sugli affari oltrefrontiera del gruppo. Quel che è certo, invece, è che almeno al momento proseguiranno senza interruzioni le attività di assemblaggio nelle linee di Saltillo, dove Stellantis sforna i propri pick-up Ram.
Stellantis tira il freno a mano anche in Canada
Il movimento tellurico irradiato da Washington si è avvertito anche oltre la frontiera nord degli Usa, come ben evidenziato dalla stampa locale: chiuso per due settimane, a partire da lunedì prossimo, l’impianto canadese di Windsor, nell’Ontario, dove si producono la Chrysler Pacifica Hybrid, la Voyager per il solo mercato statunitense e la Dodge Charger Daytona. Senza lavoro, riportano i media canadesi, potrebbero restare fino a 4.500 persone e “sono previste ulteriori modifiche al programma nelle prossime settimane”. Anche in questo caso solo nel 2022 Stellantis aveva messo sul piatto 2,8 miliardi di dollari per ammodernare quelle linee. Proprio l’attuale maquillage di un altro stabilimento in Canada, a Brampton, sembra averlo escluso da analoghe interruzioni improvvise dovute ai dazi americani, visto che l’hub risulta chiuso per lavori.
Le ripercussioni negli USA
Tutto ciò sta però avendo ripercussioni anche negli Stati Uniti, in una carambola di effetti che forse nemmeno la stessa Casa Bianca aveva immaginato. Stellantis ha infatti deciso di licenziare temporaneamente 900 lavoratori impiegati in cinque stabilimenti tra Warren (impianto che lo scorso anno era stato al centro delle frizioni tra il gruppo e i sindacati che si erano risolte con la promessa da parte della dirigenza di destinare alle fabbriche del Michigan 406 milioni di dollari per i piani di elettrificazione), Sterling Heights e tre nell’Indiana. Tutti producono componenti utilizzati nei siti canadesi e messicani.
Fonte : Wired