Nel suo nuovo libro lo scrittore spagnolo racconta il viaggio a Ulan Bator con papa Francesco nel 2023. Da ateo convinto, ha scoperto la “radicalità” dei religiosi che “aiutano la gente senza proselitismo”. “Incarnano la Chiesa missionaria e povera” del pontefice, ha detto ieri a Roma incontrando la stampa. Nel romanzo narrati gli incontri con p. Ernesto Viscardi e sr. Ana Waturu.
Roma (AsiaNews) – L’incipit è sensazionale. Nel maggio 2023 Javier Cercas, scrittore spagnolo ateo e anticlericale dichiarato, viene avvicinato da Lorenzo Fazzini – responsabile della Libreria Editrice Vaticana – per una proposta inedita e assolutamente inaspettata: seguire papa Francesco in Asia, nel suo 43esimo viaggio apostolico in Mongolia. In una terra di minoranza cattolica (circa 1500 fedeli su 3,4 milioni di abitanti), estrema “periferia” del mondo cristiano. E quindi terra di missione. Nasce così “Il folle di Dio alla fine del mondo” (edito in Italia da Guanda), “romanzo senza finzione”, arrivato nelle librerie di Italia, Spagna e America Latina l’1 aprile 2025.
L’offerta del Vaticano prevede che Cercas di questa “avventura” scriva un libro, con assoluta libertà in merito a contenuti e forma. Lui tentenna per un secondo. “Non lo sapete che sono un tipo pericoloso?”, la sua prima reazione. Poi accetta. Javier Cercas non si converte: non è questo l’epilogo della storia. “Non venderei copie”, scherza. Ma ammette di essere stato toccato in Mongolia dalla “Chiesa missionaria e povera” al centro del pontificato di Bergoglio, che definisce “papa periferico”. L’ha detto ieri a Roma, incontrando la stampa e AsiaNews alla terrazza Caffarelli, sul Campidoglio, nell’ambito del festival internazionale Letterature. “Chi rappresenta questa Chiesa vera, questa radicalità? I missionari, senza dubbio. È impossibile non ammirarli”, ha affermato.
Anche se la fede – persa “molti anni fa”, come spesso racconta – non l’ha riabbracciata, dopo il viaggio (dal 31 agosto al 4 settembre 2023) nello Stato a maggioranza buddista incastonato tra Siberia e Cina, Javier Cercas ha detto ironicamente di aver trovato la soluzione “a tutti i problemi della Chiesa”. “Tutti missionari! Se siete tutti missionari allora il problema è risolto”, ha commentato. Sono loro per lo scrittore “i veri folli di Dio”. Richiamando il santo di Assisi da cui Bergoglio per primo ha preso il nome papale. I “folli” – che Javier Cercas definisce anche “soldati di Bergoglio” – sono p. Ernesto, p. Giovanni, sr. Ana, sr. Francesca, e altri, personaggi del libro, con i quali lo scrittore intrattiene lunghe conversazioni. “Fanno delle cose totalmente anormali – ha raccontato -. Abbandonano la famiglia, la casa, il loro Paese, senza preoccuparsi dei soldi, dell’ambizione professionale… tutto questo per andare in Mongolia, o in Africa”.
“Per fare che cosa?”, ha domandato. “Per aiutare la gente. Nemmeno per convertire la gente. Questo è proibito nella Chiesa di Francesco; non è proselitismo. È aiutare chi ha bisogno. Come non ammirare tutto questo? Una cosa assolutamente rivoluzionaria, sovversiva, folla”. Per Javier Cercas – che da giovane ha ricevuto una ferrea educazione cattolica – il missionario è “il cristiano ideale”. “È quello che prende sul serio il messaggio di Cristo. È la rivoluzione di Francesco, di una radicalità straordinaria, che significa il ritorno al cristianesimo primitivo”, ha affermato.
Nel libro p. Ernesto Viscardi compare perché organizza un incontro con i monaci buddisti del monastero di Dashichoilin. Missionario della Consolata, è nel Paese dal 2004 (più di lui solo il card. Giorgio Marengo, prefetto apostolico a Ulan Bator). “L’unico missionario cattolico arrivato in Mongolia di sua spontanea volontà, non destinato qui dai suoi superiori”, scrive Cercas. “Sapeva […] che l’Asia era un continente immenso, riluttante al cristianesimo”. Presta servizio al centro “Il Sole che Sorge”, a Chingeltei, periferia della capitale. “Lui e i suoi compagni accolgono bambini e adolescenti poveri e senza famiglia – continua – ai quali offrono riparo, cibo, istruzione, divertimento e affetto”. Dopo di lui, in “Il folle di Dio alla fine del mondo” è narrato pure l’incontro con p. Giovanni, degli Oblati di Maria Immacolata, già missionario in Corea del Sud, “da quasi trent’anni a Pechino”, scrive Cercas.
Lo scrittore spagnolo scrive anche dell’incontro con sr. Ana Waturu, kenyana, missionaria della Consolata, direttrice della Caritas in Mongolia. Racconta di uno scambio avvenuto all’interno della cattedrale di Ulan Bator, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, sede della organizzazione umanitaria cristiana. “Dirige un gruppo di venti volontari, non tutti cattolici, in maggioranza fra i trenta e i quarant’anni, impegnati ad assistere persone che lo richiedano, fornendo loro cibo, indumenti, rifugio e aiuti di ogni tipo”, racconta. Lo scrittore ha la possibilità di parlare anche con “la più giovane delle missionarie della Consolata destinate in Mongolia”: sr. Francesca Allasia, 35enne nel 2023. Alla sua prima esperienza missionaria, la religiosa è in Asia da pochi mesi, giunta dopo gli studi a Roma. “Ha iniziato a parlare dei ragazzi del Sole che Sorge come se fossero suoi figli, ma subito capisco che, in realtà, per lei, sono davvero i suoi figli”, scrive Cercas nel libro.
AsiaNews ieri ha assistito anche al dialogo dell’autore con i giornalisti italiani Aldo Cazzullo – anch’esso personaggio nel libro – e Sabina Minardi, svolto a Roma all’Auditorium Parco della Musica. In questa occasione Cercas ha spiegato che il suo viaggio è stato segnato da due dimensioni. La prima, quella “geopolitica” (che è in realtà la secondaria), ovvero lo sguardo della Chiesa rivolto verso Oriente, e quindi Pechino. “La Cina è importantissima; infatti non ci sono molte relazioni diplomatiche. È un’ossessione dei gesuiti e del papa. Il viaggio in Mongolia è servito anche per approssimarsi a essa”, ha detto. Papa Francesco al termine del viaggio, alla messa nella “Steppe Arena” di domenica 3 settembre 2023, aveva rivolto “un caloroso saluto al nobile popolo cinese”.
Ma è la seconda dimensione che per Javier Cercas è la fondamentale, “il centro del libro”: quella “religiosa”. L’autore – “più importante scrittore civile d’Europa”, dice Cazzullo – accetta la proposta della Santa Sede ponendo una unica condizione: che il papa gli conceda “cinque minuti” a quattr’occhi. Cercas vuole rivolgere al pontefice una domanda. “Perciò mi sono imbarcato su questo aereo: per chiedere a papa Francesco se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, e per portare a mia madre la sua risposta. Ecco un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo”, scrive. Questo enigma – “la domanda di un bambino” – accompagna il nuovo romanzo di Javier Cercas. Trasformandolo in un giallo dell’esistenza che verrà risolto da un “piccolo miracolo”.
Fonte : Asia