I dazi di Trump: tariffe al 34% anche da Pechino, nubi sulla crescita vietnamita

La Cina ha annunciato la sua contromossa sui beni prodotti negli Stati Uniti e nuove restrizioni sull’esportazione delle terre rare. Intanto proprio nel 50.mo della fine della guerra il Vietnam considera “ingiusti” i dazi del 46% imposti dalla Casa Bianca nei suoi confronti, ma apre alla mediazione e non replica con misure analoghe. Intanto però To Lam potrebbe andare a Mosca a maggio per la “Parata della vittoria”.

Pechino (AsiaNews) – Nella guerra commerciale globale aperta l’altra sera da Trump con l’annuncio dei suoi nuovi dazi, la Cina ha annunciato ogg la sua contromossa: specularmente a quanto stabilitao da Washington dal 10 aprile imporrà sui beni statunitensi dazi aggiuntivi del 34%, la stessa aliquota indicata dalla Casa Bianca nel suo “riequilibrio”. Pechino ha inoltre annunciato ulteriori restrizioni sulle esportazioni di alcune terre rare – minerali essenziali per la produzione dei dispositivi digitai – e ha presentato una denuncia contr gli Stati Uniti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

Pechino non ha poi mancato di cogliere l’occasione per aggiungere altre 11 soggetti americani alla lista delle “entità inaffidabili”, le entità straniere nel mirino per la “salvaguardia della sicurezza nazionale”, tra cui figurano ad esempio le aziende legate alla vendita di armi a Taiwan, che la Cina rivendica come parte del suo territorio.

Se dunque lo scontro tra Washington e Pechino si inasprisce, a farne le spese in maniera molto dura sono anche i Paesi del Sud-est asiatico. In maniera particolare il Vietnam, che proprio nel mese in cui cade il cinquantesimo della presa di Saigon, si trova a fare i conti con le dure misure commerciali di Washington. Colpita da dazi del 46% giunti “inaspettati”, Hanopi ha chiesto colloqui con la controparte americana al fine di riconsiderare misure che definisce “ingiuste”.

Nel Paese asiatico operano giganti come Apple, Nike e Samsung Electronics che hanno grandi attività produttive e che ora appaiono particolarmente esposte. Nella bilancia commerciale relativa allo scorso anno, le esportazioni di Hanoi verso gli Stati Uniti hanno toccato i 142 miliardi di dollari, quasi il 30% del totale del Prodotto interno lordo (Pil). Al riguardo il ministro del commercio vietnamita Nguyen Hong Dien ha inviato ieri una nota diplomatica in cui dichiara di voler parlare direttamente con il rappresentante del commercio Usa per rivedere una decisione che ritiene ingiustificata, come spiegano i media statali. E il vice primo ministro Ho Duc Phoc dovrebbe recarsi a New York nel fine settimana per avviare le trattative.

Sempre ieri, al termine di una riunione urgente dell’esecutivo, il primo ministro Pham Minh Chinh ha annunciato una task force per affrontare la situazione, confermando – a dispetto di analisti e critici – che l’obiettivo di crescita dell’8% per l’anno in corso resta “invariato”. “Il modello di crescita del Vietnam basato sulle esportazioni ha avuto un grande successo, attirando le multinazionali” ha sottolineato Leif Schneider, responsabile dello studio legale internazionale Luther in Vietnam. “Tuttavia, i dazi statunitensi al 46% – avverte – rischiano di metterlo direttamente in discussione”. In passato la stessa Hanoi aveva fatto una serie di concessioni a Washington nella (vana) speranza di evitare le tariffe, tra cui la riduzione dei dazi e l’impegno a importare più beni statunitensi. E, con tutta probabilità, ne offrirà altre nei prossimi giorni.

Michael Kokalari, economista capo di VinaCapital, ha studiato l’impatto dei nuovi dazi sull’economia di Hanoi e, fra le prime conseguenze, sottolinea la “difficoltà” di raggiungere l’obiettivo di crescita dell’8%. “Il mercato – spiega in una lunga analisi – si aspettava dazi del 10% e noi ci aspettavamo dazi ancora più bassi per diversi motivi: prendere di mira il Vietnam è contro gli interessi degli Stati Uniti e i problemi economici che questi dazi punitivi genererebbero – se pienamente attuati – creeranno probabilmente problemi ai Repubblicani nelle elezioni di medio termine del prossimo anno a causa della probabilità che l’inflazione aumenti”.

Per analisti e studiosi la cifra iniziale del 46% sarebbe una mossa negoziale, ma in una prospettiva di apertura, da parte della Casa Bianca. Nelle prossime settimane sono attesi intensi negoziati tra le autorità commerciali vietnamite e statunitensi, ma non vi è consenso – nemmeno gli esperti – su quale potrebbe essere la tariffa finale sulle importazioni vietnamite. Tuttavia, data la posizione negoziale iniziale è difficile che la cifra finale sia inferiore al 25%, il che rappresenterebbe un duro colpo per la crescita del Pil vietnamita.

Intanto, è di questi giorni anche la notizia di una probabile visita di To Lam, segretario del Partito comunista vietnamita e massima carica politica e istituzionale del Paese, a Mosca il 9 maggio prossimo per partecipare alla ottantesima “Parata della vittoria”. Della questione ne hanno parlato in un incontro il ministro russo degli Esteri Sergey Lavrov e il il vice primo ministro e ministro degli Affari esteri Bui Thanh Son, attualmente in visita nella Federazione russa. Il capo della diplomazia di Mosca ha confermato che il Vietnam rimane una priorità di politica estera per la Russia nella regione Asia-Pacifico. Entrambe le parti hanno espresso soddisfazione per i risultati raggiunti in tema di difesa, sicurezza, istruzione e formazione, scienza e tecnologia, cultura, turismo e cooperazione umanitaria, nonostante le sfide poste dalla geopolitica globale. Fra gli obiettivi di breve periodo la ripresa graduale dei voli diretti e la rimozione degli ostacoli nella cooperazione, per rafforzare la partnership in tutti i settori. 

Fonte : Asia