Dazi Usa in Italia, chi paga il prezzo più alto

I tanto annunciati dazi voluti dal presidente americano Donald Trump sono arrivati. E i dazi Usa in Italia si faranno sentire, mentre i consumatori e le aziende degli Stati Uniti pagheranno una tassa del 20% sui prodotti importati dall’Unione europea. Ma quali sono i rapporti commerciali tra Ue e Stati Uniti? Quali le regioni italiane che saranno più colpite? E cosa accadrà a settori strategici del made in Italy, come il vino? A queste domande, Wired ha cercato risposta nei dati.

La situazione europea

L’Italia è il terzo paese dell’Unione per esportazioni verso gli Stati Uniti, almeno nel 2024. Anno nel quale, secondo Eurostat, il servizio di statistiche di Bruxelles, le aziende del nostro paese hanno venduto oltreoceano merci e servizi per un valore pari a 64,7 miliardi di euro. Un dato che viene dopo solo, e questo non stupisce, a quello tedesco, che è pari a 161,2 miliardi. Ma anche, e qui sì la sorpresa è maggiore, a quello irlandese: 72,1 miliardi di euro. E’ probabile che nel caso dell’Irlanda, però, la percentuale di servizi superi di gran lunga quella di beni fisici, considerato che nel paese hanno sede molte multinazionali del tech per la tassazione particolarmente bassa.

Tutti numeri, questi, che ovviamente vanno bilanciati con quelli relativi alle importazioni. Si tratta, in altre parole, di capire da che parte penda la cosiddetta bilancia commerciale tra i paesi dell’Unione e gli Stati Uniti d’America. Nelle intenzioni del presidente Trump, infatti, i dazi dovrebbero portare maggiore equilibrio in questo senso.

La maggior parte dei paesi europei sono esportatori netti verso gli Usa: significa che il valore delle merci che spediscono Oltreoceano è superiore a quello delle merci che ordinano. Caso emblematico la Slovacchia, il cui export verso Washington è pari a cinque volte l’import. L’Italia lo scorso anno ha importato merci e servizi americani per 25,9 miliardi: le nostre esportazioni dirette in America hanno avuto, invece, un valore superiore del 150,1%, oltre il doppio.

Le regioni e i dazi Usa in Italia

Le misure introdotte dal presidente Trump non colpiranno l’Italia in maniera omogenea. Questo perché le prime tre regioni per export verso gli Usa, ovvero Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, cubano da sole per circa la metà dell’export nostrano Oltreoceano. Così dicono i dati dell’Istituto per il commercio estero il cui sito, almeno nella parte relativa all’elaborazione statistica, è rimasto irraggiungibile nella mattinata di giovedì 3 aprile, all’indomani dell’annuncio dal Rose Garden della Casa Bianca, forse per via delle tante richieste di informazioni di aziende preoccupate di capire cosa succederà con i dazi.

Sono 13,7 i miliardi di euro in merce e servizi partiti lo scorso anno da Milano alla volta di Washington, 10,5 quelli mossi da Bologna e 10,2 quelli decollati da Firenze (con il capoluogo intendiamo, ovviamente, l’intera regione). Con la sola eccezione di Liguria (-19%), Sicilia (-23%) e Sardegna (-38%), le regioni italiane sono tutte esportatrici nette verso gli Stati Uniti. Ed è interessante il caso della Toscana che, avendo importato nel 2024 merci americane per 8,3 miliardi di euro, ha un saldo percentuale pari al 23%. Il che significa che i dazi imposti da Trump se, come molti analisti credono, freneranno le vendite di merce straniera in America, potrebbero ribaltare la situazione toscana.

Gli effetti dei dazi di Trump sul made in Italy

A essere colpiti saranno ovviamente anche i settori tipici del made in Italy, come il vino. L’Italia è il secondo esportatore europeo di questo prodotto verso gli Stati Uniti, dietro la Francia. Nel 2024 il nostro paese ha esportato vino per 1,9 miliardi di euro contro i 2,3 della nazione transalpina.

A causa dei dazi, con i soldi con cui un consumatore americano fino a ieri comprava cinque bottiglie di Prosecco, ora dovrà accontentarsi di quattro. Oppure, qui il senso delle tariffe doganali secondo la Casa Bianca, sostituirlo con un CalSecco. Così si chiama infatti uno spumante prodotto dalle parti della Silicon Valley.

Fonte : Wired