Cosa succede dopo i dazi di Trump

Giornata difficile su mercati finanziari internazionali dopo l’annuncio dei dazi statunitensi sull’onda del timore che le nuove tariffe doganali possano portare a una contrazione del commercio globale di merci. Negli Usa gli investitori temono che l’aumento dei prezzi dei prodotti importati possa aprire un periodo di forte recessione e fioccano le vendite delle azioni: tra i titoli più in difficoltà Nike (i dazi al Vietnam dove hanno sede le sue fabbriche farà crescere il prezzo dei prodotti), ma anche le big tech (Amazon e Apple).

Il timore di un indebolimento della crescita economica fa sprofondare il petrolio, in netto calo del 7%. Il deprezzamento del dollaro spinge l’Euro: la moneta unica del Vecchio continente chiude in forte rialzo nei confronti del biglietto verde, ai massimi da ottobre 2024. Anche Piazza Affari in pesante ribasso così come gli altri Eurolistini.

Stellantis ferma la fabbrica in Canada

Intanto il primo effetto materiale dei dazi si vede già oggi: Stellantis ha deciso di sospendere le operazioni nel suo impianto di Windsor, in Canada, uno stabilimento che impiega circa 3.600 lavoratori e che produce minivan e il modello Dodge Charger. La chiusura temporanea – per due settimane – in attesa di capire cosa succederà.

I timori sono legati alla sopravvivenza della intera filiera: per Flavio Volpe, presidente dell’Automotive Parts Manufacturers Association (Apma), i margini di profitto dell’industria automobilistica – generalmente inferiori al 10% – non possono sopportare dazi a doppia cifra senza gravi conseguenze.

“Basta che un solo grande fornitore o produttore si tiri indietro per bloccare l’intera filiera”

Flavio Volpe, Apma

In oltre 125 mila lavorano per Ford, General Motors, Stellantis, Honda e Toyota che in Canada producono 1,6 milioni di veicoli che per la maggior parte finiscono nel mercato statunitense. I nuovi dazi potrebbero compromettere la competitività.

I dazi di Trump colpiscono la fabbrica del mondo: quali prodotti costeranno di più

E per l’Italia? Confcooperative stima per ogni 10% di calo dei volumi il rischio di perdita di 15mila posti di lavoro come spiega Maurizio Gardini, presidente della principale organizzazione di rappresentanza del movimento cooperativo e delle imprese sociali italiane che esportano negli Usa 3 miliardi di beni l’anno, per lo più prodotti agroalimentari come olio, pasta, parmigiano, grana e vino. “A livello nazionale alcune stime hanno indicato che l’introduzione delle tariffe del 20% potrebbe comportare “un danno diretto di circa 470 milioni di euro solo per il comparto vitivinicolo” spiega Davide Venturi, di Confagricoltura: “Gli effetti indiretti sull’export globale raggiungerebbero rapidamente il miliardo di euro”.

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Se le imprese – e i lavoratori – che hanno negli Stati Uniti un mercato importante guardano con preoccupazione alle ripercussioni delle nuove imposizioni doganali, deve essere chiaro che – almeno per ora – i consumatori europei non vedranno rincari. Lo spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “I dazi di Trump danneggeranno i consumatori americani, costretti a comperare i prodotti europei a prezzi maggiorati, non, almeno direttamente, quelli italiani, che paradossalmente subiranno dei rincari dai prossimi dazi europei, che faranno salire i prezzi dei prodotti americani venduti in Italia” prosegue Dona. “Questo sempre che non si creino inutili allarmismi, perché spesso basta parlare di aumenti per dare scuse agli speculatori per arrotondare i prezzi. Le aspettative di inflazione, insomma, creano inflazione. Ecco perché invitiamo tutti alla prudenza e ad evitare improvvisazioni” spiega Dona.

Le contromisure in arrivo

Come annunciato, l’Unione europea sta preparando un risposta all’annuncio di Trump. Una prima “controffensiva” sarà votata il 9 aprile dagli stati Ue e riguarda un pacchetto di contromisure ai dazi sull’alluminio e l’acciaio annunciati il 12 marzo scorso. I 27 voteranno a maggioranza qualificata i primi controdazi che potranno entrare in vigore il 15 aprile, seguiti poi da una seconda tranche di misure prevista per il 15 maggio prossimo.

Intanto le reazioni dei governi europei si inseriscono sostanzialmente nella scia sintetizzata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, battendo con maggiore o minore intensità sul tasto del negoziato o sul tasto delle contromisure forti.

A Parigi la portavoce del governo indica che i Ventisette considerano ‘di attaccare i servizi digitali americani’ mentre Macron chiede agli industriali francesi di fermare gli investimenti negli Stati Uniti. Il cancelliere tedesco Scholz è più prudente limitandosi a dire che la decisione americana “è fondamentalmente sbagliata e ora l’Europa deve rispondere unita, in modo forte e appropriato”.

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In diverse capitali i massimi responsabili di governo hanno riunito in fretta i ministri coinvolti nella partita commerciale ed economica, accade così anche a Roma. La premier Meloni insiste sulla necessità di trovare un accordo, ma ieri per la prima volta non ha escluso di ‘immaginare risposte adeguate per difendere le nostre produzioni’. Il ministro degli esteri Tajani ha incontrato a Bruxelles il commissario al commercio Sefcovic, che domani avrà un primo contatto con le autorità americane, e gli ha consegnato una ‘lunga lista di prodotti italiani’ da tutelare.

I dazi di Trump e il precedente del 2018 con le lavatrici (che non finì molto bene) 

Fonte : Today