Trump a colpi di clava: l’illusione pericolosa del protezionismo

Lo tsunami dei dazi scatenato da Donald Trump è ancora lontano dall’essere compreso fino in fondo. Dopo la dichiarazione di guerra all’universo tutto (perché di questo si tratta), nessuno ha capito con esattezza quale sia il reale obiettivo che si cela dietro le mosse del presidente Usa. Un aspetto tutt’altro che secondario, perché per abbozzare qualsiasi tipo di contromossa – e la Ue dovrà per forza inventarsi qualcosa – è fondamentale capire che cosa ha in mente chi hai di fronte.

Trump ha messo in campo l’arma dei dazi per riequilibrare nell’immediato la bilancia commerciale statunitense (gli Usa importano più di quanto esportano, specie dall’Europa: circa 350 miliardi contro 580). Ma è chiaro che, in un’economia così interconnessa, in un mondo che viene da oltre trent’anni di globalizzazione, il solo innalzamento delle tasse sull’importazione di beni e servizi non può essere la soluzione di tutti i problemi. Se fosse così semplice, ogni Stato avrebbe da tempo adottato una politica simile. L’uovo di Colombo (per restare in America) esiste solo nelle leggende.

Le due esigenze di Trump

La scelta di Trump potrebbe rispondere a due esigenze diverse. La prima è quella di proteggere – o far vedere di proteggere – il proprio elettorato, sentitosi impoverito dalla globalizzazione (produzioni manifatturiere delocalizzate dove il costo del lavoro è minore, concorrenza di merci a bassissimo costo) e dalla società aperta (arrivo di manodopera “povera” dall’estero, che ha contribuito ad abbassare i salari degli americani). Alzare barriere economiche è come alzare muri: isolarsi significa tagliare i ponti con il mondo. In certi momenti, per una popolazione impaurita, tutto ciò può avere un effetto pseudo-rassicurante.

La seconda idea dietro i dazi è usare la leva commerciale per fare pressione su chiunque (europei, canadesi, cinesi) e ottenere in cambio ciò che Trump ritiene utile per gli Stati Uniti: un maggiore impegno militare (agli europei: non volete i dazi? Pagatevi la Nato), nuove politiche manifatturiere per le tante aziende sparse per il mondo (venite a produrre in America o smettetela di delocalizzare), e così via.

Chi paga la guerra di Trump

Una duplice strategia che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto a decenni di politiche “aperte”, quando tutti pensavano che la libertà dei commerci e la fiducia nel futuro fossero la benzina della crescita globale – una visione che si è però rivelata in parte fallimentare. Le guerre commerciali sono sempre state foriere di inflazione (che ricade sulle tasche dei cittadini), di pericolosi crolli di Borsa (azionisti e risparmiatori perderanno miliardi), di drastici cambi nelle abitudini di consumo delle persone comuni.

E siccome cittadini, risparmiatori, persone comuni ci sono anche in America, Trump si illude nel ritenere che tutto il mondo sconterà gli effetti delle sue politiche, ma non gli elettori statunitensi. La Ue dovrà offrire una risposta adeguata, ma saranno proprio loro – gli americani che hanno mandato Trump alla Casa Bianca – a poter (speriamo) far cambiare idea al presidente.

Fonte : Today