La necessità di rispondere ai dazi imposti dagli Stati Uniti senza innescare una guerra commerciale dagli esiti di lungo periodo incerti e, nell’immediato, dalle conseguenze pesanti per l’industria degli Stati membri è un problema al cui confronto la quadratura del cerchio sembra uno di quelli da rubrica settimanale di enigmistica amatoriale.
La scelta di “controdazi” in funzione —come espressamente affermato dalla Presidente della Commissione Europea— ritorsiva non appare molto ragionevole.
Le conseguenze negative di una scelta del genere riguarderebbero non la UE (che non è uno Stato e che dunque non ha una propria economia) ma i singoli componenti. Ma ogni Stato ha da tutelare interessi nazionali autonomi e non necessariamente coerenti. Questo vale, in modo particolare, per l’idea di imporre dazi sui prodotti e servizi di Big Tech, una scelta che è tornata ad essere nell’elenco delle opzioni, e che però potrebbe innescare un pericoloso ulteriore inasprimento dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico.
Non si sono soluzioni rapide a problemi complessi
In un periodo storico dominato dall’urgenza di prendere decisioni nel tempo di tweet, non sembra molto sensato abbandonarsi alla convinzione irrazionale che gli effetti delle scelte politiche assunte in fretta debbano manifestarsi con la stessa velocità.
Parrebbe invece più ragionevole pensare a soluzioni di sistema, prendendo atto che gli USA possono non essere più un partner tecnologico ed economico privilegiato.
Dunque, da un lato sarebbe ora di sostenere sul serio quelle ricerche pubbliche e quelle imprese che, in vari Stati membri, hanno realizzato prodotti e servizi alternativi a quelli di Big Tech. Dall’altro, bisognerebbe razionalizzare il fatto che quello che prima era considerato “terzo mondo” — l’area indopacifica— e quello che ne sta uscendo —l’Africa— rappresentano un mercato sterminato, che ha tutto l’interesse a sviluppare rapporti commerciali con i Paesi europei.
Supportare l’open source e aprire nuove e stabili relazioni tecnologiche
Questa constatazione supporta due linee di azione. La prima, sul fronte interno, potrebbe imporre per legge l’uso di tecnologie open source nei rapporti con la pubblica amministrazione (come peraltro fecero gli USA con il TCP/IP) e accelerare la sostituzione delle piattaforme tecnologiche USA con strumenti realizzati da università e aziende europee.
La seconda, sul fronte esterno, potrebbe stabilire rapporti strutturali con quei Paesi “emergenti” —e con quelli che sono emersi già da tempo— che sul lungo periodo si tradurrebbero in una diversificazione degli interlocutori. Questo consentirebbe di bilanciare le conseguenze anche impreviste di regime change e di cambi di equilibri geopolitici.
Tutto ciò, nella UE, non accade, come dimostrano due esempi su tutti: perché la UE non ha supportato la creazione di un sistema operativo europeo, magari basato su Linux? E perché la UE è assente dalla RiscV Initiative scegliendo di non partecipare alla creazione di architetture di processori ad alte prestazioni, aperte e libere da proprietà intellettuale e industriale? Già solo attivarsi in queste direzioni, che peraltro non avrebbero richiesto investimenti ad hoc, innescherebbe cambiamenti strutturali nel mercato tecnologico europeo e nei servizi ai cittadini. Ma tant’è.
Gli aspetti problematici
Come tutte le strategie, parafrasando il detto del generale von Moltke, anche queste non resisterebbe al contatto con la realtà. Ci sono limiti culturali nel modo in funziona la UE che hanno prodotto zavorre e inerzie nello sviluppo di un’autonomia tecnologica. Ci sono ritardi storici che hanno consentito ad altre potenze di stabilire (di fatto o di diritto) rapporti privilegiati con le altre parti del Mondo. Ma nel contesto di oggi non possiamo continuare a piangere sul digitale versato ed è necessario compiere mosse coraggiose (il che vuol dire intelligenti, non inutilmente aggressive).
Utopico? Impossibile? Difficile? Complicated?
Si può fare!
Se un merito ha avuto l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca è quello di dimostrare che le cose possono cambiare (in meglio o in peggio, non è questo il punto) nel giro di una notte, a condizione di avere le idee chiare e la determinazione a tradurle in azione. Vale a dire esattamente quello che, almeno in relazione alle politiche per lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione, la UE non ha mai avuto.
Fonte : Repubblica