La guerra commerciale è iniziata. Peggio di quanto promesso e temuto, il presidente Usa Donald Trump ha imposto all’Asia i dazi doganali più elevati al mondo, colpendo molti paesi asiatici che presentano un forte surplus nelle relazioni commerciali con Washington. Non a caso, le borse asiatiche hanno subito un pesante calo.
La decisione di colpire (due volte) la Cina
L’economia asiatica contro la quale gli Stati Uniti hanno alzato le barriere più alte resta la Cina, che viene colpita da tariffe del 34 per cento, in aggiunta alle misure del 20 per cento imposte all’inizio di quest’anno. Si arriva così al 54 per cento, vicino a quel 60 per cento minacciato in campagna elettorale. I dazi non risparmiano neanche i principali alleati americani nella regione. Meno elevati quelli imposti a Giappone, Corea del Sud, e India (24, 25 e 26 per cento), mentre tariffe più pesanti riguardano Cambogia, Vietnam e Taiwan (49, 46 e 32 per cento), seguiti da Thailandia e Indonesia (36 e 32 per cento). Questi ultimi appartengono alla categoria dei paesi in via di sviluppo, che difficilmente riusciranno a ridurre nel breve termine il deficit commerciale con gli Stati Uniti. La richiesta di Washington di aumentare le importazioni di beni americani si scontra con una realtà semplice: i prodotti made in USA sono troppo costosi per mercati asiatici con redditi medi bassi.
La decisione di applicare pesanti dazi sui paesi asiatici si spiega considerando la loro connessione con la Cina. Trump ha voluto colpire due volte Pechino. Prima, imponendo alti dazi che arrivano al totale del 54 per cento, e poi danneggiando le sue catene di approvvigionamento regionali. Durante il suo primo mandato, Trump aveva imposto forti barriere e controlli ai prodotti cinesi, spingendo il gigante asiatico a delocalizzare la produzione nei paesi della regione per aggirare le tariffe. Il risultato è che paesi come Vietnam, Cambogia e Bangladesh sono diventati partner commerciali e di investimento cruciali per Pechino.
Le scarpe Nike e Vans costeranno di più per gli americani
Prendiamo in considerazione il Vietnam, che è diventato parte della catena di fornitura globale per i principali produttori, tra cui aziende tecnologiche e di abbigliamento statunitensi come Nike, Intel e Apple. Le fabbriche vietnamite operano a pieno ritmo da anni, sviluppando una manodopera altamente specializzata nella produzione di scarpe sportive, con competenze non facilmente replicabili altrove. In Vietnam, come in altri paesi del Sud-est asiatico, numerose aziende statunitensi sfruttano anche il basso costo della manodopera. Secondo i dati più recenti disponibili del Footwear Distributors and Retailers of America, nel 2023 quasi un terzo delle importazioni di calzature negli Stati Uniti proveniva dal Vietnam.
Trump ha messo dazi su tutti i paesi del mondo, ma non sulla Russia
Nike, per esempio, produce il 50 per cento delle sue scarpe e il 28 per cento dell’abbigliamento sportivo in Vietanam, e impiega 450mila dipendenti in 130 fabbriche. Il titolo del brand sportivo statunitense ha registrato un tonfo in borsa dopo l’annuncio dei dazi, registrando un calo delle azioni del 12 per cento. Non è l’unica: da decenni, il Vietnam è la base produttiva preferita per grandi marchi, dalla tedesca Adidas (38 per cento delle calzature e 18 per cento del tessile sportivo) all’italiana Geox. Anche VF Corporation, che possiede marchi come The North Face, Timberland, Vans e Jansport, fa affidamento sulla produzione nei paesi asiatici, con circa il 38 per cento dei suoi fornitori in Cina e il 17 per cento in Vietnam.
Colpo di grazie per il settore tessile del Bangladesh
Risveglio turbolento anche per il Bangladesh, che si è visto imporre una tariffa del 37 per cento. Finora erano del 16 per cento per i prodotti in cotone e del 32 per quelli in poliestere. Lo shock lo hanno ricevuto principalmente gli imprenditori del settore tessile nazionale, che impiega 4 milioni di persone e contribuisce per circa il 10 per cento del Pil. Secondo i leader dell’industria, i dazi annunciati da Trump rappresentano un colpo di grazia per il secondo produttore di abbigliamento al mondo che è il secondo produttore mondiale di abbigliamento dopo la Cina. Il settore tessile è cruciale per l’economia del paese, rappresentando circa l’80 per cento delle esportazioni.
Secondo i dati dell’Associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento nazionale (BGMEA), il Bangladesh esporta annualmente abbigliamento per 8,4 miliardi di dollari verso gli Stati Uniti. Si tratta di circa il 20 per cento delle esportazioni totali di abbigliamento prodotto in Bangladesh. Il paese asiatico, il più grande esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina, produce abbigliamento per grandi marchi globali come Carrefour (Francia), Tire (Canada), Uniqlo (Giappone), H&M (Svezia) o Zara (Spagna). In più, l’industria tessile deve fare i conti con le difficoltà politiche interne, dopo la fuga dell’ex leader Sheikh Hasina. Questo settore ha registrato un fatturato di 36 miliardi di dollari (35 miliardi di euro) nel 2024, un leggero calo rispetto ai 38 miliardi dell’anno precedente, imputato principalmente ai disordini politici.
A farne le spese saranno soprattutto i consumatori americani, che vedranno aumentare il costo dei prodotti di marchi iconici come Nike e Vans. Per i paesi asiatici, la sfida è duplice: resistere alla pressione commerciale degli USA senza perdere il treno degli investimenti cinesi.
Fonte : Today