Devil May Cry, la recensione dell’adattamento del videogioco cult su Netflix

Non tutti gli abitanti deli Inferi sono crudeli, la maggioranza sono creature inermi, schiavi sfruttati dai demoni superiori. Alcuni di loro, immigrati disperati e speranzosi, hanno attraversato la barriera solo per finire massacrati dalla Darkcom, l’agenzia guidata dal vicepresidente americano, un fanatico religioso e bellicoso. L’èlite che stermina i demoni è guidata da Mary, soldatessa feroce e abilissima. L’antagonista del caso è soprannominato emblematicamente Bianconiglio, a causa della maschera ispirata al frettoloso personaggio di Alice nel Paese delle meraviglie. Il suo scopo è quello di riunire i pezzi dell’amuleto e aprire il varco tra i due mondi a tempo indeterminato. Schiacciato tra le due fazioni, c’è il cacciatore di demoni Dante, orfano che ha perso i propri cari (la madre e il fratello di nome Vergil, Virgilio) in un attacco demoniaco. Dante è… tipico: come tanti suoi simili, predecessori ed emuli, è sovrumanamente forte, spavaldo, un po’ cazzone, dotato di ghigno furbetto e modalità berserk, che maschera i traumi con le battutacce, dal look pro-cosplay (immancabile capello platino, palandrana svolazzante).

Fonte : Wired