Dazi reciproci, cosa sono e come funzionano

Dazi reciproci, cosa sono? Partiamo dall’inizio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato mercoledì l’imposizione di una nuova ondata di dazi commerciali su oltre cento paesi, in quello che rappresenta il più ampio intervento protezionistico di Washington dai tempi della Grande Depressione. La grande novità di questa tornata riguarda una parte di queste nuove tariffe, che Trump ha definito “dazi reciproci” e che colpiranno principalmente Cina, Unione Europea e numerose nazioni asiatiche a partire dal 9 aprile.

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Cosa sono i dazi reciproci?

La strategia tariffaria di Trump si articola su due livelli distinti. Il primo è un dazio base del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti provenienti da qualsiasi paese, che entrerà in vigore dal 5 aprile. Il secondo livello, che rappresenta l’innovazione più controversa, è costituito dai cosiddetti “dazi reciproci”, che si applicano solo a circa 60 paesi considerati da Trump “peggiori trasgressori“, ovvero paesi che adotterebbero pratiche commerciali “sleali” nei confronti degli Stati Uniti. Questi scatteranno a partire dal 9 aprile e seguono una logica punitiva e compensativa, a differenza dei tradizionali dazi protettivi che mirano semplicemente a proteggere specifici settori industriali nazionali.

La denominazione “reciproci” deriva dalla pretesa americana di creare una parità artificiale nelle relazioni commerciali. Secondo il presidente, il sistema commerciale globale sarebbe strutturalmente sbilanciato a sfavore degli Stati Uniti. Mentre gli Usa hanno mantenuto storicamente barriere tariffarie basse (con un’aliquota media del 2,5%), altri paesi avrebbero imposto dazi ben più elevati sui prodotti americani e creato ostacoli non tariffari, come regolamenti tecnici, procedure doganali complesse o requisiti di certificazione particolarmente onerosi. I “dazi reciproci” sono l’applicazione della formula “occhio per occhio”: l’amministrazione Trump ha calcolato quanto ogni paese “fa pagare” agli Usa sotto forma di dazi e barriere non tariffarie, e ha imposto un’aliquota equivalente, ma ridotta del 50% come “gesto di generosità”. Ad esempio, l’Ue imporrebbe mediamente dazi del 40% sui prodotti americani secondo i calcoli della Casa Bianca, perciò Trump applica un dazio “reciproco” del 10% che, sommato al dazio base del 10%, porta a un’aliquota complessiva del 20%. Lo stesso principio si applica alla Cina che, già soggetta a tariffe del 20%, vedrà aggiungersi un ulteriore 34%, raggiungendo un’impressionante aliquota combinata del 54%. Particolarmente colpiti risultano anche il Vietnam (46% in totale), Taiwan (32%), la Thailandia (36%) e la Cambogia (49%). Il Regno Unito si limiterà al dazio base del 10%, essendo tra i paesi non soggetti a dazi reciproci, mentre il Giappone affronterà una tariffa complessiva del 24%.

Meccanismo e impatto economico

Il calcolo dei dazi reciproci segue una metodologia che gli economisti considerano quanto meno controversa. La principale critica riguarda l’equiparazione tra dazi espliciti e le cosiddette “barriere non tariffarie”. Mentre i primi sono tasse misurabili oggettivamente, le seconde comprendono un ampio spettro di regolamenti e standard che spesso hanno finalità legittime di protezione dei consumatori, dell’ambiente o della salute pubblica. Per esempio, gli standard europei sulla sicurezza alimentare o sulle emissioni dei veicoli vengono conteggiati da Trump come “barriere commerciali” con un preciso valore economico, quando invece rappresentano scelte di politica pubblica con obiettivi che vanno oltre la semplice regolamentazione commerciale. Gli economisti evidenziano anche l’arbitrarietà con cui l’amministrazione quantifica l’impatto economico di queste normative: come si può stabilire, per esempio, che le regole europee sulla privacy dei dati “valgono” esattamente una certa percentuale di dazio? Inoltre, il calcolo ignora che molte aziende americane già rispettano standard simili per il proprio mercato interno. Questa metodologia finisce per gonfiare artificialmente i numeri delle presunte barriere commerciali, giustificando così l’imposizione di dazi più elevati, in quella che molti osservatori definiscono una rappresentazione distorta della realtà del commercio internazionale

Gli effetti economici di queste misure si preannunciano estesi e bidirezionali. Negli Stati Uniti, i dazi si tradurranno in prezzi più alti per innumerevoli prodotti di consumo quotidiano, dai dispositivi elettronici all’abbigliamento, dalle automobili ai giocattoli. Le aziende americane che dipendono da componenti importati vedranno aumentare i costi di produzione, riducendo la loro competitività. Per l’Europa, con un dazio del 20% sui suoi prodotti, le conseguenze potrebbero essere severe: secondo le stime, l’esportazione verso gli Usa potrebbe contrarsi significativamente, colpendo settori chiave come l’automotive, l’alimentare e il lusso.

Fonte : Wired