Verrà scoperto un vaccino contro la pandemia commerciale scatenata da Donald Trump? Comincia in queste ore, per Giorgia Meloni, il periodo più difficile del suo governo. Dovrà infatti tenere un piede nell’Unione Europea, dove è geograficamente collocata l’Italia. E l’altro a Washington, dove è devotamente insediato il suo padrino politico. La premier italiana fa benissimo a lasciare aperte le porte del dialogo con la Casa Bianca. Anche perché dopo la rissa – cosa di queste ore – i cowboy nei film ordinano sempre da bere per tutti. Ma, allo stesso tempo, deve stare attenta a non fare la fine di un suo predecessore. Si chiama Giuseppe Conte.
Devoti a Trump: cosa era successo a Giuseppe Conte
Il leader 5Stelle era ugualmente devoto a Donald. Una volta il presidente americano lo chiamò perfino per nome, storpiandolo in Giuseppi. E Giuseppi era così prono a Trump da consegnargli i vertici della nostra intelligence (ottobre 2019) perché fossero sentiti personalmente dal ministro della Giustizia americano, William Barr. E riferissero tutto quello che sapevano sul Russiagate, che in quei mesi coinvolgeva proprio Trump.
Allo stesso tempo l’atlantismo di Conte doveva confrontarsi con la fazione, sia nel suo partito sia nel Pd, altrettanto prona alla dittatura cinese. L’ingresso dell’Italia per prima nella pandemia di Wuhan è stato il risultato delle capriole e controcapriole di quel governo. Lasciato da Trump e dal presidente cinese Xi Jinping senza nessuna rete di protezione.
La fazione filorussa che ha abbandonato l’Ucraina
Oggi la situazione è perfino peggiore. Perché contro il virus del covid il vaccino è stato trovato. Ma, dopo tre anni di massacri, contro il virus della guerra scatenata dalla Russia nel cuore dell’Europa sembra non esistano antidoti. Eppure, dentro il suo governo, Giorgia Meloni deve vedersela con una nuova fazione figlia e figlioccia delle influenze di Vladimir Putin. Come se il desiderio di democrazia di milioni di ucraini e il legittimo diritto di uno Stato sovrano di prendere le distanze da Mosca non valgano nulla (sotto, nella foto di Serena Console, il memoriale alle vittime del massacro di Bucha in Ucraina).
E infatti secondo Donald Trump non valgono nulla. Perché per lui, ma soprattutto per i tecnocrati che lo accompagnano – a cominciare dal vicepresidente James David Vance, Elon Musk e il loro ideologo Peter Thiel – la democrazia liberale va superata. A favore di uno Stato tecnologico nel quale il dissenso, la diversità, la discussione sono un’inutile perdita di tempo. La Cina ha aperto la strada. L’America di Trump la vuole rendere ancor più efficiente. L’avversario degli Stati Uniti, e forse presto il nemico sul fronte militare di Taiwan, è infatti il regime di Pechino.
Peter Thiel, l’ideologo di Trump è contro la democrazia
Donald è l’anziano attore protagonista. Ma i giovani registi sono coloro che gli stanno accanto. Di Musk sappiamo tutto. Ma andate a cercare in rete qual è la visione del mondo di Peter Thiel, l’ideologo di questa nuova avventura politica. E soprattutto navigate nel sito della sua società che produce software, per gestire immense quantità di dati di qualsiasi tipo. Si chiama Palantir Technologies (foto sotto, nella versione militare). Proprio così: come palantir, la pietra veggente creata da John Ronald Tolkien nel suo Il signore degli anelli. Il manifesto della rivoluzione di Donald Trump è scritto lì dentro. A cominciare dallo slogan che accoglie il visitatore: “Automazione alimentata dall’intelligenza artificiale per ogni decisione”. Il fine – o la fine, staremo a vedere – degli inventori del nuovo corso americano.
La forza di Donald Trump è nell’era di X e di tutti gli altri social scesi a patti con la sua elezione: la morte della parola come l’abbiamo conosciuta. La parola ha perso il suo ruolo centrale nelle nostre vite digitali: a favore di immagini, slogan, al massimo pensierini di poche decine di caratteri. Purché siano efficaci. Facciano tanti like. E costruiscano consenso emotivo. Ma così facendo la parola ha anche perso la sua centralità come strumento della memoria. E della nostra capacità di distinguere il vero dal falso.
Troppe bugie: così non riconosciamo più la verità
Il finale di quel capolavoro sulla dittatura comunista di Mosca, che è la serie Chernobyl di Craig Mazin, ci consegna le ultime frasi di Valerij Legasov, il chimico morto suicida che ha svelato al mondo le cause del grande disastro nella centrale nucleare: “Qual è il prezzo delle bugie? Non è che le confondiamo con la verità. Il vero pericolo è che se ascoltiamo troppe bugie, poi non riconosciamo più la verità”.
Giorgia Meloni ha deciso di navigare sola in questo brave new world, l’audace mondo nuovo di Trump. Speriamo che il presidente americano le riconosca almeno il coraggio, ora che l’amico Musk sembra stia per uscire dalla Casa Bianca. Ma intanto rimaniamo in mezzo al guado atlantico, dentro un’alleanza ora disseminata di mine. Non soltanto commerciali. Visto che la guerra dei dazi potrebbe costare migliaia di posti di lavoro anche in Italia, come abbiamo raccontato qui. L’Europa dietro di noi. La costa americana ancora lontana. Per prepararci alla navigazione, sarebbe opportuno per tutti – governo compreso – leggere le parole scritte alla fine della Seconda guerra mondiale da George Orwell nel suo romanzo 1984.
“Perché i dazi lasceranno gli americani senza soldi”
Il celebre libro racconta di tre superstati a rotazione in guerra tra loro. Come se fossero oggi Cina, Russia e Stati Uniti. E dei loro sistemi di sorveglianza di massa. Ma la coincidenza che altrettanto si avvicina ai nostri giorni, oltre al Grande fratello, agli schermi ultrapiatti e alle telecamere sparse ovunque, è l’attività del ministero della Verità. Come in tutte le dittature, ha il compito di riscrivere la storia, censurare libri e giornali. E soprattutto ridurre le varietà espressive delle parole. Sembra la trama del mondo che ci aspetta.
Gli italiani che perderanno il lavoro per colpa di Donald Trump – di Fabrizio Gatti
Un’osservazione finalmente ottimistica ce la trasmette un nostro affezionato lettore: “È un dato storico che di dazi si ritorcono sempre contro chi li attua – ci scrive – e pensare di impiantare fabbriche in loco per aggirarli è poco saggio. Un po’ di pazienza e anche Oltreoceano si renderanno conto: soprattutto quando conteranno i dollari rimasti, se rimasti, nelle loro tasche”.
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Fonte : Today