Le liste di attesa nella sanità pubblica italiana costringono i pazienti cronici a rivolgersi al privato. Il caso emblematico è quello della giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi che, affetta da sclerosi multipla, ha denunciato sui social di aver dovuto sborsare 680 euro per una risonanza magnetica urgente. Dopo giorni di tentativi di contattare il centralino regionale del Lazio, le è stato proposto un appuntamento solo a luglio 2025 presso una struttura di Frosinone, a 90 chilometri dalla sua abitazione. Rivolgendosi al privato, ha ottenuto un appuntamento per il giorno successivo. In risposta alla denuncia, la Regione Lazio ha emesso un comunicato in cui sostiene che la ricetta medica presentata da Mannocchi non poteva essere gestita dal sistema di prenotazione ordinario poiché classificata con codice generico.
Il calvario delle attese sanitarie
Il caso della giornalista non rappresenta affatto un’eccezione isolata. La più recente indagine di Altroconsumo, pubblicata lo scorso marzo, rivela che il 52% delle visite specialistiche non rispetta i tempi massimi previsti dalle normative, con un picco inquietante per le urgenze: il 76% delle visite con codice di priorità urgente o breve, che dovrebbero essere garantite rispettivamente entro 72 ore o 10 giorni, va fuori tempo massimo. Un dato che rivela come siano proprio i pazienti con problemi più seri a pagare il prezzo più alto della disfunzione sistemica.
Altroconsumo evidenzia inoltre come determinate prestazioni, cruciali per la diagnosi precoce di patologie gravi, subiscano ritardi particolarmente significativi. Il 18% delle mammografie supera addirittura i 12 mesi di attesa, seguite da visite dermatologiche, gastroenterologiche e oftalmologiche (12%). Per una visita endocrinologica i cittadini attendono in media 146 giorni, mentre per una gastroenterologica 137 giorni. Tempi biblici che si traducono in rischi concreti per la salute: il 40% degli intervistati ha dichiarato che, durante l’attesa per la visita o l’esame di cui aveva bisogno, il suo problema di salute è peggiorato.
La situazione presenta inoltre marcate disparità territoriali. Solo tre regioni – Toscana, Emilia-Romagna e Umbria – mostrano un miglioramento nei tempi di attesa rispetto al 2023, mentre il quadro appare particolarmente grave nelle regioni meridionali. L’indagine rileva anche diffuse irregolarità: nel 26% dei casi i pazienti si sono sentiti rispondere che le agende erano chiuse e non era possibile prenotare alcun appuntamento, nonostante questa pratica sia espressamente vietata dalla legge. Il 13% degli utenti lamenta inoltre la lontananza delle strutture disponibili, mentre l’11% segnala difficoltà a contattare i centri di prenotazione, con numeri sempre occupati o attese interminabili al telefono. Un labirinto burocratico che finisce per scoraggiare i più fragili.
Le cause strutturali e le risposte inadeguate
La situazione ha radici profonde, che affondano nei tagli progressivi al sistema sanitario nazionale e nella cronica carenza di personale che affligge molte strutture pubbliche. La migrazione sanitaria che ne consegue, con pazienti costretti a spostarsi in altre regioni per ricevere cure tempestive, ha portato a una crescita esponenziale della spesa privata per le cure, che nel 2021 ha superato i 41 miliardi di euro. Un dato allarmante che testimonia come il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione (come ricorda anche Francesca Mannocchi nel sui post di denuncia), stia diventando sempre più un privilegio per chi può permettersi di pagare visite ed esami di tasca propria.
Fonte : Wired