Ilaria Sula aveva 22 anni, era scomparsa dal 25 marzo a Roma, e oggi sappiamo che il suo corpo è stato trovato in una valigia chiusa, gettata in un dirupo su una strada provinciale dal suo ex fidanzato, che ha confessato. Poco tempo prima Sara Campanella, studentessa 22enne, era stata uccisa a coltellate in pieno giorno a Messina, da un uomo che la perseguitava da tempo. Negli ultimi due giorni abbiamo letto i loro nomi e le loro storie perché i fatti aprono le pagine di tutti i giornali, ma se volessimo conoscere il numero preciso dei femminicidi avvenuti nel nostro paese dall’inizio dell’anno non potremmo saperlo. Dovremmo andare a ritroso nel tempo e collezionare i ritagli di giornale, come fanno da anni le associazioni a difesa delle donne. Questo perché esistono casi che non diventano di dominio pubblico e finiscono (ma anche qui non sempre) su un trafiletto di un giornale locale, sfuggendo alle cronache nazionali. Ma non solo.
I dati che non ci sono
Questo vale soprattutto oggi perché il report del Ministero dell’Interno è fermo a gennaio 2025. A denunciarlo è stata la giornalista esperta di dati Donata Columbro, che al posto della sua newsletter “Ti spiego il dato” ha deciso di inviare una lettera aperta intitolata “Sciopero per femminicidio” dove si legge “Fino a dicembre 2024 l’aggiornamento della pagina sugli omicidi volontari era settimanale, è diventato mensile senza alcun preavviso, ma a febbraio e marzo i nuovi report non sono stati pubblicati”.
Non solo. “Con la mia associazione Ondata, che si occupa di dati pubblici, siamo in contatto con il servizio analisi criminale e ci è stato detto che l’aggiornamento diventerà trimestrale, ma non conosciamo le ragioni di questa scelta – racconta Columbro a Wired – Il fatto che il ministero cambi la periodicità degli aggiornamenti può essere lecito, a patto che vengano date spiegazioni al pubblico: perché da settimanale a mensile? Perché così la qualità del dato migliora? Se fosse così non sarebbe un problema, anche se il documento di gennaio non mi sembra più ricco di informazioni rispetto alla frequenza settimanale. Dal mio punto di vista qui il problema è aver fatto finta di niente, come se quella pagina non andasse a vederla nessuno o non fosse importante: sono dati fondamentali, possiamo essere aperti a ogni cambiamento se ci viene spiegato, se è davvero nell’interesse di cittadini e cittadine”.
La difficoltà a reperire i dati certi sui femminicidi è cosa nota, denunciata da tempo dalle associazioni che si occupano di violenza di genere. Come ricorda anche Columbro “se a scomparire è una donna senza fissa dimora o un* sex worker non troviamo notizie, se è una donna trans non si parla di femminicidio”. Le morti di femminicidio non sono tutte “uguali”: esiste, infatti, molto sommerso, e spesso i dati non vengono raccolti allo stesso modo, quindi sono disorganici. “Questo è un tema importante – precisa Columbro – Gli unici dati ufficiali che abbiamo sono quelli che riguardano gli omicidi di genere nella pagina del ministero dell’Interno (non aggiornata), e i dati Istat pubblicati ogni novembre. In questi ultimi però si usa la parola femminicidio usando gli indicatori dello Statistical Framework dell’Onu ma la classificazione dipende anche da quello che succede durante le indagini e dalla tipologia di vittima. Per esempio, sui giornali una prostituta uccisa raramente viene collegata al termine femminicidio, perché il modo ‘classico’ di valutarlo è quello di vedere se c’è una relazione intima tra vittima e autore del reato. La definizione di femminicidio però è politica, quindi i movimenti femministi comprendono tipi di violenza misogina e patriarcale che vanno al di là della violenza intima e domestica”.
Cosa si sta facendo per affrontare la violenza di genere?
Nel 2023, sempre qui su Wired, Nadia Somma, del consiglio direttivo di Di.re., la rete nazionale dei Centri antiviolenza (Cav) che ne comprende 106, spiegava che i decisori politici, senza cavalcare l’onda emotiva dei casi che scuotono l’opinione pubblica, devono sentire addosso la responsabilità di legiferare e mettere in campo misure preventive efficaci: “Dovrebbero rendere il lavoro contro i pregiudizi e gli stereotipi, così come la formazione affettiva e tutti questi temi, parte integrante del programma scolastico fin dalle scuole materne, con un tot di ore alla settimana – affermava Somma –. Quella da mettere in campo è una vera e propria rivoluzione culturale che senza la costanza di anni e anni di educazione fin da piccoli non potrà mai compiersi”. Ne parliamo da anni quindi, ma a conti fatti, purtroppo, nulla o quasi è stato fatto e al centro di tutto, per tutti gli esperti, rimane la formazione: “Non è cambiato molto se non una maggiore attenzione a misure cautelari quando ci sono concrete ed evidenti possibilità che accada qualcosa di tragico – spiega Manuela Ulivi, presidentessa del Cadmi (Casa di accoglienza donne maltrattate Milano), che fa parte anche del consiglio nazionale Di.Re – Devono però essere sensibilizzati anche il magistrato e il pm perché il pericolo va intercettato e non sempre è così evidente. La formazione della magistratura sul tema è uno snodo fondamentale affinché si intervenga con tempismo, oltre ovviamente al fatto che i braccialetti elettronici funzionino e che le forze dell’ordine intervengano tempestivamente. Serve quindi che tutto il sistema sia allertato come sta scritto sulla carta”.
L’allerta però deve essere colta da tutti gli attori del sistema: “Anche il servizio sociale deve individuare in tempo il caso di violenza, non solo fare la segnalazione quando sono presenti i minori. Tutti si devono muovere nel senso giusto” aggiunge Ulivi. Formazione che non può prescindere da quella fatta a scuola, conclude: “I docenti hanno bisogno di seguire approfondimenti sul tema, a seconda dell’età dei soggetti che hanno di fronte, che si tratti di bimbi delle elementari o di adolescenti. Sicuramente, l’impossibilità di parlare di educazione sessuale a scuola non consente di affrontare a tutto tondo il tema della violenza“.
Fonte : Wired