Rossing Center: un cristiano su tre in Israele vuole emigrare

È quanto emerge da uno studio del centro per l’educazione e il dialogo, che denuncia l’aumento di attacchi di estremisti e gruppi ultra-religiosi ebraici. Le condizioni socio-politiche e la bassa natalità rendono incerto il futuro dei cristiani nel Paese. L’appello per un “coinvolgimento” delle Chiese nel mondo. Hana Bendkowsky: “Gli aggressori siano consegnati alla giustizia”.

Milano (AsiaNews) – Un cristiano su tre in Israele vuole migrare (quasi il 50% sotto i 30 anni), in un’escalation di attacchi contro la minoranza da parte dei gruppi estremisti ebraici o di movimenti legati ai coloni, e una percezione diffusa (quasi il 40%) di discriminazione degli attori statali. È un quadro di malessere e criticità, quello che emerge da una ricerca elaborata dagli attivisti del Rossing Center e pubblicata nei giorni scorsi. Commentando i risultati, gli autori (clicca qui per il video) parlano di “crescenti preoccupazioni” della comunità cristiana per “l’erosione percepita degli spazi simbolici e fisici” delle terre in cui è nato Gesù e che “hanno abitato per millenni”. Un grido d’allarme spesso inascoltato, per il quale serve “un più ampio impegno della comunità internazionale” perché possa avere un “impatto sostanziale” sulle autorità israeliane; per questo, osservano, anche in considerazione del conflitto a Gaza e della crescente radicalizzazione serve “un maggiore coinvolgimento da parte delle Chiese nel mondo, di diplomatici e ong umanitarie”. 

Emigrazione e Natalità

Fra i temi di maggiore preoccupazione per il futuro vi è quello legato all’esodo, al desiderio crescente di migrare che riguarda gran parte del Medio oriente, comprese le comunità di Terra Santa. Una porzione “significativa” di persone interpellate nel rapporto (pari al 36%) dice di “considerare” la prospettiva di abbandonare le proprie terre; un desiderio che è meno diffuso a Gerusalemme Est (solo il 16%), mentre riguarda quasi la metà ad Haifa (48%). Fra i fattori che influenzano maggiormente la decisione vi sono la sicurezza (44%) e la situazione socio-politica (33%), anche in considerazione della guerra nella Striscia in atto dal 7 ottobre 2023 che alimenta le preoccupazioni. A livello geografico si registrano alcune differenze, sebbene non così marcate: a Gerusalemme Est dominano preoccupazioni socio-politiche (81%), mentre la sicurezza è un fattore minore (19%). Nel centro di Israele le preoccupazioni socio-politiche si attestano al 45%, mentre quelle relative alla sicurezza toccano il 27%.

I legami familiari (52%) e quello religioso con la terra (24%) sono determinanti nell’impegno a rimanere. A Gerusalemme Est il 39% cita un legame religioso con la terra, mentre il 37% sottolinea quelli comunitari. Nel centro le motivazioni sono più varie, coi legami familiari che sembrano meno significativi (il 30%), mentre una parte consistente (24%) evidenzia la sfida non secondaria di “ricominciare in un altro Paese” fra i motivi per restare. Gli intervistati indicano la protezione della terra e delle proprietà della chiesa (26%), la fornitura di alloggi (24%) e l’offerta di lavoro (22%) fra le azioni più efficaci che le Chiese possono intraprendere per i cristiani palestinesi. Inoltre, al tema della migrazione si accompagna quello – non meno importante – della scarsa natalità fra i cristiani, che registrano il dato più basso fra tutte le comunità etnico-religiose della Terra Santa, contribuendo a metterne in pericolo il futuro stesso. Hussam Elias, project director del Rossing Center, riferisce che “non si vedono cambiamenti nel tasso di fertilità delle donne cristiane” e questo aspetto “si combina con altri fattori” fra i quali “l’estremismo politico e religioso” determinando una spinta all’emarginazione. “Questo – aggiunge – porta i cristiani a lasciare il Paese”. Inoltre le scuole cristiane, fra le migliori, garantiscono una formazione di eccellenza che agevola la scelta di partire. Infine, i cristiani “si sentono parte del mondo e pensano – conclude – che sia più facile integrarsi in Occidente e ciò potrebbe forse incentivare la migrazione, ma questa resta una supposizione che potrebbe diventare oggetto di uno studio futuro”. 

Violenze: oltre i numeri

La ricerca del Centro Rossing per l’educazione e il dialogo, organizzazione interreligiosa basata a Gerusalemme e finalizzata alla promozione di una società inclusiva per tutti i gruppi religiosi, etnici e nazionali, prende in esame i cristiani palestinesi e arabi in Israele e Gerusalemme est. Uno studio che fornisce un quadro “dall’interno” della percezione e degli atteggiamenti degli in tema di: libertà religiosa, rapporto con la maggioranza ebrea israeliana, gli attori statali, il ruolo delle Chiese, l’identità e il tema della migrazione, più che mai attuale. Condotto in collaborazione con l’istituto di ricerca “Statnet” nel dicembre 2024, include un campione di 300 intervistati selezionati per distribuzione geografica (Haifa, Gerusalemme Est, Galilea e centro di Israele), età, sesso e denominazione religiosa, che hanno risposto a 29 domande telefoniche in lingua araba.

Lo scorso anno sono aumentati gli attacchi contro i cristiani, con almeno 111 episodi confermati di violenze contro la minoranza a fronte degli 89 registrati nel 2023. Nel dettaglio si sono verificati 46 attacchi fisici, 35 contro le proprietà della chiesa e 13 casi di molestie. La maggior parte degli autori sembra appartenere alle comunità ultra-ortodosse e nazionali-religiose, le vittime sono elementi del clero o indossano simboli cristiani visibili. “I numeri – sottolinea Hana Bendcowsky, responsabile dei programmi per il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations e figura di primo piano del Centro Rossing – sono solo la superficie della questione”. “Rispetto all’anno precedente – prosegue – si registra una crescita, ma ne serviranno cinque o 10 per capire. Uno dei fattori è la situazione politica che influenza la condizione dei cristiani, laddove estremismo e polarizzazione della società comportano un interesse minore riguardo le minoranze, unito a una maggiore aggressività”. 

Luci e ombre

Secondo gli ultimi dati del dicembre 2024 diffusi dall’Ufficio centrale di statistica israeliano, al 31 dicembre 2024 la popolazione è stimata in 10,027 milioni di residenti. Di questi 7,707 milioni (76,9%) sono ebrei, 2,104 milioni (21%) sono arabi e 0,216 milioni (2,1%) sono classificati come altri, compresi gli residenti stranieri. I cristiani che vivono in Israele sono 180.300 (circa 1,8% della popolazione, con una crescita dello 0,6% sul 2023), il 78,8% arabi, che costituiscono il 6,9% del totale della popolazione araba di Israele. “Da un lato vi è più paura a reagire alle violenze a fronte di una minore copertura degli incidenti contro i cristiani, che i leader dello Stato ebraico assai di rado commentano” precisa Hana Bendcowsky. Inoltre, gli autori degli attacchi “provengono in maggioranza da un background religioso estremista. Di contro – prosegue – i membri delle varie Chiese condividono maggiormente le informazioni, denunciano con più frequenza gli incidenti e hanno instaurato una maggiore collaborazione con noi”. 

I casi più frequenti riguardano sputi e minacce contro i cristiani, anche durante cerimonie religiose o pellegrinaggi, mentre a essere presi di mira sono soprattutto stranieri o chi indossa simboli caratteristici della fede, come le croci. Da qui la richiesta di un maggiore impegno della comunità internazionale per un “impatto più sostanziale” sulle autorità israeliane, incoraggiando al contempo Chiese, ong umanitarie, comunità e diplomatici “ad affrontare attivamente la questione. È indispensabile – afferma lo studio – trattare gli episodi di aggressione con la massima serietà, emettere condanne e garantire che gli aggressori siano consegnati alla giustizia”. In tema di rapporto con le autorità, spiega Bendcowsky, la Chiesa riferisce “mancanza di dialogo o scarsa comprensione dei bisogni: vi è un dialogo alla base, ma poco ascolto”. Di contro, vi sono anche elementi positivi: “Funzionari delle municipalità hanno mostrato di sostenere il nostro lavoro, il miglioramento delle relazioni con le forze dell’ordine, che hanno iniziato a denunciare e arrestare quanti attaccano [soprattutto sputi] i cristiani”. Un’ultima riflessione è dedicata alla Pasqua cristiana e al Passover [Pesach, la Pasqua ebraica] che quest’anno cadono nello stesso periodo: “Vi è il timore di incidenti – conclude l’attivista – per questo bisogna tenere gli occhi aperti. La speranza per il futuro? Che non servano più rapporti, perché non ci sono incidenti da denunciare”. 

Fonte : Asia