Con i dazi di Trump comincia una nuova era dei rapporti tra Europa e Usa

Con i dazi di Trump, dal 2 aprile si apre uno spartiacque storico nei rapporti commerciali transatlantici, una cesura netta con le politiche di libero scambio prevalse negli ultimi trent’anni tra Usa e Ue. Il presidente americano ha definito questa data “Liberation day”, un giorno simbolico che vorrebbe sancire l’abbandono, da parte degli Stati Uniti della strada del libero scambio per adottare misure protezionistiche, con l’obiettivo di riequilibrare quelli che la Casa Bianca considera svantaggi strutturali per l’economia americana. Di fronte a questa svolta, la Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, si muove tra la necessità di proteggere gli interessi economici europei e quella di evitare un’escalation dannosa: “Questo scontro non è nell’interesse di nessuno”, ha dichiarato la presidente ieri durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. Parole che riflettono la preoccupazione di Bruxelles per una spirale di ritorsioni che potrebbe danneggiare entrambe le economie, in un momento in cui l’inflazione e l’instabilità globale rappresentano già sfide considerevoli per i mercati internazionali.

Il piano americano

Le informazioni finora trapelate indicano che il piano di Trump prevederà dazi differenziati paese per paese, con l’obiettivo dichiarato di porre fine a quelle che la Casa Bianca considera pratiche commerciali sleali da parte dei partner internazionali. Come scrive il Corriere della Sera, secondo la banca Goldman Sachs mercoledì 2 aprile potrebbe essere annunciato un dazio generalizzato del 15% sulle importazioni negli Stati Uniti, una misura che colpirebbe merci europee per un valore stimato di 540 miliardi di dollari. Tali tariffe si aggiungerebbero a quelle già in vigore del 25% su alluminio e acciaio, e a quelle, sempre del 25%, sulle automobili e i loro componenti che entreranno in vigore giovedì.

Il piano americano sembra concentrarsi particolarmente su quelli che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito i “Dirty 15”, riferendosi al 15% delle nazioni che rappresentano la maggior parte del volume degli scambi statunitensi e che, secondo l’amministrazione Trump, impongono pesanti tariffe e altre barriere non tariffarie sulle merci americane. Tra i paesi che potrebbero essere maggiormente colpiti figurano quelli con cui gli Stati Uniti hanno registrato i deficit commerciali più elevati nel 2024: Cina, Unione Europea, Messico, Vietnam, Irlanda, Germania, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Canada, India, Tailandia, Italia, Svizzera, Malesia, Indonesia, Francia, Austria e Svezia. Come riporta ancora il quotidiano di via Solferino, Peter Navarro, consigliere economico della Casa Bianca, ha stimato che le nuove tariffe porteranno nelle casse pubbliche americane circa 600 miliardi di dollari all’anno, di cui 100 miliardi derivanti dai soli dazi sulle automobili. Per l’Italia, le preoccupazioni riguardano soprattutto il settore vinicolo, che esporta ogni anno negli Usa bottiglie per circa 2 miliardi di euro. Secondo il corriere da fonti di Palazzo Chigi filtra la speranza che le nuove misure commerciali non andranno a colpire questa importante voce dell’export italiano, ma finora da Washington non sarebbero arrivate comunicazioni ufficiali a Roma.

Dazi di Trumo, la risposta europea

Finora, Bruxelles ha mantenuto un approccio prudente, preparando contromisure per un valore di 36 miliardi di euro sulle merci americane dopo l’introduzione dei dazi su acciaio e alluminio, senza tuttavia applicarle immediatamente per mantenere aperta la via del negoziato. Ma eventuali nuovi dazi indiscriminati del 15% richiederebbero una risposta più incisiva, come ha chiarito la stessa von der Leyen.“Voglio essere chiara: l’Europa non ha iniziato questo scontro. Pensiamo che sia sbagliato. Abbiamo tutto ciò che serve per proteggere i nostri cittadini e la nostra prosperità. Abbiamo il più grande mercato unico del mondo. Abbiamo la forza di negoziare. Abbiamo la forza di reagire.” Pur sottolineando che l’obiettivo resta una soluzione negoziale, von der Leyen ha aggiunto con fermezza: “Non vogliamo necessariamente vendicarci, ma abbiamo un piano forte per farlo se necessario.”

La risposta europea potrebbe andare oltre il tradizionale approccio di reciprocazione sui beni per includere i servizi, in particolare quelli di ambito tecnologico, ambito finora non toccato dalle tensioni commerciali. Un dato significativo è che nel 2023 l’Ue ha registrato un surplus di merci con gli Stati Uniti per un valore di 156,6 miliardi di euro, ma un deficit di servizi per 108,6 miliardi di euro. Secondo indiscrezioni, Bruxelles starebbe valutando l’attuazione del cosiddetto strumento anti-coercizione per la sicurezza economica, un meccanismo che consentirebbe di chiudere il mercato Ue a determinati beni e servizi americani e di escludere le aziende statunitensi dalla partecipazione a bandi pubblici o a progetti finanziati con il bilancio comunitario.

Von der Leyen ha intensificato il suo impegno con i leader di tutto il blocco per garantire un fronte unito nella risposta alla Casa Bianca. Se da un lato i capi di Stato e di governo concordano sul fatto che i dazi di Trump non possano rimanere senza risposta, dall’altro non vi è accordo su quali prodotti debbano essere presi di mira, poiché molti temono che le contromisure possano danneggiare i settori chiave delle loro economie nazionali. Lo scambio di dazi rischia di innescare un pericoloso circolo vizioso: l’aumento dei prezzi delle importazioni potrebbe alimentare l’inflazione sia in Europa che negli Usa, mentre le aziende che decidessero di assorbire le extra-tasse vedrebbero ridursi i propri utili, con un conseguente aumento del rischio di recessione. La possibilità che questi due fenomeni si manifestino contemporaneamente aprirebbe una fase di stagflazione – la combinazione di stagnazione economica e inflazione persistente –, considerata particolarmente dannosa per i mercati finanziari in un momento di già elevata incertezza globale.

Fonte : Wired