Gli italiani che perderanno il lavoro per colpa di Donald Trump: dazi anche sulla finocchiona

Facile scrivere sui social: bravo Donald Trump. Molti lo fanno anche dalle nostre parti. Poi magari saranno i primi a piangere per la guerra commerciale che il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato al mondo. Italia compresa. Saranno colpite le nostre produzioni di auto e farmaci. Ma soprattutto le nostre esportazioni di abbigliamento, pasta, formaggi, salumi e bevande. Tutte merci sottoposte in Usa alle nuove tasse di importazione del 25 per cento. I dazi, appunto. Ma che per il vino – è la minaccia di Trump – potrebbero salire al 200 per cento. Un aumento dei prezzi nella vendita al consumo che metterà fuori gioco la ricca classe media americana. E colpirà la filiera fino ai produttori italiani. E proprio loro, di fronte al prevedibile calo di fatturato, saranno costretti a tagliare il personale. Ecco cosa accadrà.

Perché Illy Caffè medita di portare la produzione negli Stati Uniti

I milionari di New York o Los Angeles che vogliono comprarsi la Ferrari probabilmente non faranno caso a un aumento del 25 per cento. Di marchio Ferrari al mondo ce n’è infatti soltanto uno. Ma il prosecco, il brunello di Montalcino, il parmigiano, perfino la finocchiona toscana perderanno sicuramente quote di mercato a favore di alternative locali che, essendo prodotte negli Stati Uniti, costeranno molto di meno perché non saranno sottoposte a dazi. Perfino Cristina Scocchia, amministratrice delegata di Illy Caffè, per evitare le tasse di Trump sta meditando di trasferire negli Stati Uniti la produzione destinata al mercato americano. Per non parlare dei prodotti falsi: queste sono le condizioni ideali per la promozione del finto made in Italy. Dal vino al parmisan: basta un’etichetta tricolore, poi il sapore è quello che è.

Chiara Condello nell'azienda di famiglia (foto RavennaToday)

È il tema principale nell’edizione 2025 di Vinitaly, la fiera del settore ospitata a Verona. “Una tassazione sul prodotto del 200 per cento significa che molti vini dell’eccellenza non saranno più esportati negli Stati Uniti. Significa la chiusura totale di un mercato”, spiega a Dossier RavennaToday Chiara Condello (foto sopra), produttrice del sangiovese di Romagna a Predappio, in provincia di Forlì-Cesena.

Prosecco, bianchi e brunello: Usa primo cliente italiano

Come spiega Giulia Penta, un dazio del 200 per cento potrebbe ridurre le esportazioni fino all’80 per cento. Difficilmente le scelte di Donald Trump ricadranno sulla Motor Valley emiliana: le auto di lusso continueranno ad attrarre i clienti di Ferrari, Maserati, Lamborghini, Ducati, Pagani e Dallara. Diverse saranno invece le ricadute sul settore alimentare. I prodotti emiliano-romagnoli di maggior successo negli Stati Uniti sono il parmigiano reggiano, con seimila tonnellate esportate nei primi cinque mesi del 2024, il formaggio di Solignano dop, l’olio extravergine d’oliva, la pasta e il vino. 

“I dazi metteranno in ginocchio il comparto, soprattutto i prodotti artigianali che già da tempo hanno costi elevati di produzione. Proprio come patria del prodotto artigianale, la Romagna sarà più svantaggiata”, sostiene Laura Pedulli, responsabile del settore agroalimentare a Forlì e Cesena per la Confederazione nazionale dell’artigianato. Gli Stati Uniti sono il primo consumatore di vino italiano: 1,9 miliardi di euro di fatturato sul totale di oltre 8 miliardi di esportazioni, per 22 milioni di ettolitri di vino venduti. Soltanto l’Emilia Romagna conta 16.400 imprese. A queste vanno aggiunte le attività di Veneto e Friuli Venezia Giulia. La ricaduta sull’occupazione non è ancora calcolabile nel dettaglio. Ma viene data per scontata se non si troveranno altri sbocchi commerciali.

Previsto un calo delle vendite di vino fino al 16 per cento

A seconda delle categorie, viene stimata una riduzione delle vendite fino al 5 per cento, per settori che avevano già perso il mercato russo dopo le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina. Ma per il vino si parla del 16 per cento in meno, rispetto alla quota di vendite attuale. L’ulteriore minaccia di Trump, di elevare i dazi al 200 per cento, finora non viene nemmeno presa in considerazione. Perché porterebbe alla crisi profonda. “Una possibile soluzione, per aggirare il problema di un mercato saturo come quello americano – spiega Lucio Miranda, presidente della società di consulenza ExportUsa che supporta le imprese italiane – è puntare sulle aree geografiche americane meno competitive come Ohio, Indiana, Tennessee e Kuntucky, dove le esportazioni sono più facilitate”. 

Roberto Bozzi, presidente di Confindustria Romagna (foto RavennaToday)

L’alternativa è aumentare il mercato europeo. Come suggerisce il presidente di Confindustria Romagna, Roberto Bozzi, amministratore delegato di Vulcaflex, industria specializzata nei rivestimenti interni di auto e arredamento di lusso. “Quello che si dovrebbe fare – dice Bozzi – è chiedere all’Europa di consumare di più, alzare gli stipendi ed essere meno competitivi al nostro interno. La visione dell’Europa oggi è una visione piccola, perché guarda al miglioramento del proprio stato e non pensa al miglioramento della sua situazione globale. È necessario un cambio epocale nel pensiero europeo”.

La presidente di Coldiretti: “In gioco migliaia di posti di lavoro”

Stessi problemi per l’olio e i vini toscani. Secondo Letizia Cesani, presidente di Coldiretti Toscana, i posti di lavoro in pericolo sono moltissimi. “Gli Stati Uniti, per l’agroalimentare toscano, rappresentano la seconda destinazione. Ma per vino e olio sono la prima – spiega la presidente di Coldiretti -. L’agroalimentare toscano è composto da tante piccole aziende. Verrebbe minato un tessuto produttivo che ha fatto dell’export un proprio stile commerciale. Non parliamo solo di vini top, ma anche di quelli che hanno un prezzo abbordabile per la classe media. Oltre a milioni di euro, sono in gioco migliaia di dipendenti e di posti di lavoro”.

Così i dazi di Trump possono essere un’opportunità – di Gioele Urso

Tra i vini toscani, il 35 per cento della produzione di chianti classico è imbottigliata per gli Stati Uniti. Ma la beffa più grande delle politiche economiche di Donald Trump la stanno subendo i produttori di finocchiona, l’insaccato tipico di carne di maiale macinata, aromatizzata con semi di finocchio e vino rosso. Come racconta Francesco Bertolucci su Dossier ArezzoNotizie, il Consorzio di tutela della finocchiona Igp aveva appena ottenuto il via libera a esportare il salume negli Stati Uniti.

La beffa della finocchiona: autorizzata e ora tassata da Trump

“L’autorizzazione è arrivata la scorsa estate – spiega il presidente Francesco Seghi – ed era il fiore all’occhiello per festeggiare i 10 anni di attività del nostro consorzio. Saremo comunque alla fiera di settore di New York a giugno. Partiamo con entusiasmo, anche se i dazi potranno pesare sul prezzo”. E nel caso la questione arrivasse fino alla Casa Bianca, chissà come verrebbe tradotta finocchiona davanti a Trump. Questione di Tuscany sounding, l’assonanza in inglese con i nomi toscani usata per la falsificazione di decine di prodotti italiani. Falsi che, grazie ai nuovi dazi, potrebbero sostituire i prodotti originali. 

Finocchiona, il tipico salume toscano (foto Wikipedia)

Gli Stati Uniti sono in cima alla classifica dell’export anche per l’Abruzzo: il 17 per cento del totale, per un valore di un miliardo e 626 milioni, come scrive Monica De Panfilis su Dossier Pescara. Vini e agroalimentare in testa. Ma anche manifatturiero, che comprende farmaceutica e meccanica: settori che nel 2024 hanno registrato sul 2023 un aumento delle esportazioni verso gli Usa del 160 per cento. E nonostante il rischio che anni di lavoro vengano annientati dalla guerra dei dazi, non tutti si disperano.

Farmaci, moda e pelletteria: le aziende colpite da Donald Trump

“La minaccia dei dazi non va letta in senso univoco – sostiene infatti Alessandro Addari, vicepresidente di Confindustria Abruzzo Medio Adriatico – perché le misure adottate da Trump nei confronti di altri Paesi potrebbero paradossalmente costituire un vantaggio. Penso a competitor come il Canada e la Cina, che sono stati i primi bersagli del presidente americano: con i dazi su alcuni beni che potrebbero favorirci e costituire un’opportunità per le merci di casa nostra”.

Claudia Sequi (foto FirenzeToday)

Tornando in Toscana, l’allarme riguarda anche il settore della moda. E l’industria farmaceutica, che oggi rappresenta il 39,9 per cento del totale delle esportazioni verso gli Stati Uniti. I dazi potrebbero quindi avere ripercussioni anche per i cittadini americani, con possibili carenze di farmaci e rialzo dei prezzi, come evidenzia Francesco Bertolucci su Dossier FirenzeToday. Ma in Toscana è la moda a correre i rischi maggiori. Con i dazi variabili tra il 10 e il 20 per cento sul valore della merce, i consumatori americani pagheranno da 14 a 24 miliardi di dollari in più per l’abbigliamento e da 6,4 a 10,7 miliardi di dollari in più per le calzature. “Per noi gli Stati Uniti sono fondamentali – rivela Claudia Sequi (foto sopra), presidente di Assopellettieri -. A tutti i livelli, dalle piccole aziende ai grandi brand, con i dazi sarebbero un po’ tutte a rischio”. 

Gli approfondimenti dalle nostre redazioni Dossier

Dazi amari per l’agroalimentare toscano: il vino trema – di Francesco Bertolucci Dossier ArezzoNotizie 
I super dazi di Trump fanno tremare il nostro export – di Francesco Bertolucci Dossier FirenzeToday
La guerra dei dazi (al 200%) di Trump colpisce l’export romagnolo – di Giulia Penta Dossier ForlìToday 
La minaccia dei dazi Usa sui comparti abruzzesi – di Monica De Panfilis Dossier ilPescara
Aziende romagnole sotto pressione: quanto costerà la guerra dei dazi – di Giulia Penta Dossier RavennaToday
Dal Sangiovese alle auto di lusso: le imprese rischiano perdite miliardarie – di Giulia Penta Dossier RiminiToday

Fonte : Today