Fantozzi compie 50 anni, il il simbolo perfetto della tragicommedia dell’uomo comune

Fantozziano. Un termine che rimanda a un orizzonte di senso ben preciso, una dinamica asfittica e disperata che concerne la verità e l’impossibilità di poterla discutere. Cos’è la verità nel mondo fantozziano, se non la lingua dei potenti, l’impossibilità di poterla esprimere e rivendicare per chi vive schiacciato dalla gerarchizzazione aziendale, da regole imperiose e dissennate? La verità, quindi, nel labirinto fantozziano, è solo la menzogna dei potenti, è la sintesi amletica di ciò che a lui non viene permesso. Fantozzi però non è una creatura del dubbio; sa poche cose con certezza e una di questa è che lui è il detentore di una verità, che si veste da sospetto, da paura, da paranoia, una verità camuffata, contrabbandata, pur sempre indicibile. La verità è che il mondo in cui vive è contraffatto, impostore e ingannevole, e lui è un individuo subordinato, ossessionato dal potere, che come asseriva Charles Maurice de Tayllerand, logora chi non ce l’ha.

L’illusione del sogno borghese

Fantozzi sa che è un individuo perfettamente inutile. Vive l’ossessione dell’improduttività e quindi fugge nel servilismo più ostinato, dissennatamente e disperatamente suddito, perché la sua futilità non venga bersagliata ed enfatizzata più del dovuto, o più di quel che lui possa sopportare. Quindi accetta con grande inettitudine che sua figlia venga derisa per il suo aspetto, che il rapporto con sua moglie sia il fiacco prodotto di un legame gracile, che al lavoro lui farà sempre e comunque anche il lavoro degli altri, che il sistema nevrotizzato in cui abita lo porterà sempre alla disperazione, anche quando andrà in vacanza in montagna, in barca, o giocherà a pallone con i colleghi: non ci sarà tregua al suo goffo incespicare.

Fantozzi come prodotto della cultura medio borghese a cui ha sempre proteso e aspirato, tenta di ricalcare la fisionomia del padre padrone tra le pareti domestiche, orientando a suo modo il clima emotivo familiare attraverso il possesso degli spazi e dei piccoli oggetti di consumo quotidiano, come il telecomando. Quel che in fin dei conti è un uomo buono, cordiale e tenero a lavoro, in casa si trasforma nella belva, nell’uomo del comando, unico custode delle poche certezze che può ancora rivendicare.

Il ritorno al cinema: un omaggio a cinquant’anni dal debutto

Il sogno borghese, per Fantozzi, non è che una promessa tradita: ogni suo tentativo di aderirvi lo conduce alla frustrazione e al ridicolo, come il personaggio di Jacques Tati, Monsieur Hulot, si muove in un universo progettato contro di lui, un labirinto kafkiano dove ogni gesto è destinato a ritorcersi in una gag. E anche nello spazio piccolo e contenuto della rivendicazione, della lotta, della presa di coscienza fantozziana, ogni ingranaggio della macchina sociale è pensato per soffocarne il dissenso prima ancora che possa prendere forma. La sua ribellione, circostanziata e sorvegliata, è l’ennesimo patetico tentativo di sopravvivere in un mondo che non lo contempla se non come bersaglio, sociale, umano, fisico.

“Ma, scusi, Sire. Non mi vorrà dire che lei è. Scusi il termine. Comunista?”

“Beh, proprio comunista, no. Vede, io sono un medio progressista”.

Ecco che negli attimi finali del film si rivela ancora una volta il vero volto del potere, quello mellifluo, abbellito di buone intenzioni, il potere che si finge amico, che illude con gesti di falsa apertura solo per ribadire, un istante dopo, chi comanda davvero e qual è il posto che gli spetta. E allora, forse, parlare di Fantozzi non è solo un esercizio di nostalgia: è il tentativo di capire come siamo arrivati fin qui.

A cinquant’anni di distanza, per omaggiare il primo capitolo della saga cinematografica creata da Paolo Villaggio, Fantozzi torna in sala il 27 marzo in versione restaurata grazie alla Cineteca di Bologna, in collaborazione con RTI e Mediaset Infinity.

Fonte : Wired