Alessandro Bartezzaghi, direttore de La Settimana Enigmistica, ci ha raccontato durante il Festival del Made in Italy di Milano, organizzato da Eccellenza Italiana, le sfide di una rivista che nonostante i decenni di storia non sembra temere il passare del tempo. Figlio di Piero Bartezzaghi, storico collaboratore della rivista, e fratello di Stefano, celebre semiologo e linguista, Alessandro è cresciuto in una famiglia dove gli enigmi erano il pane quotidiano. L’incontro è stato un confronto serrato giocato sui binari di tradizione e innovazione, con una certezza: La Settimana Enigmistica non solo non ha paura del futuro, ma fa di tutto per rimanere interessante, stimolante e al passo coi tempi.
La Settimana Enigmistica è nata nel 1932 e apparentemente sembra sempre uguale a se stessa. È davvero così?
Sì e no. Se guardi anche solo ai numeri di venti o venticinque anni fa, vedrai che la rivista è cambiata molto, specialmente dal punto di vista grafico. Ma non è solo un rinnovamento estetico, sono cambiamenti che avvengono lentamente, molto lentamente, ma sono profondi: riguardano la struttura degli enigmi, ma soprattutto il linguaggio che utilizziamo è stato aggiornato per restare al passo coi tempi. Tutta la redazione sa che è indispensabile rimanere in sintonia con le evoluzioni sociali e linguistiche, come nel caso dei termini più moderni. Ti faccio un esempio, il mio sogno, un giorno, è usare “cringe” in un cruciverba. Non ci siamo ancora arrivati, ma ti assicuro che prima o poi succederà…
Immagino si tratti di un gioco di equilibrismo fra tradizione e innovazione.
La Settimana Enigmistica è sempre stata un punto di riferimento per le generazioni: i nonni la passavano ai nipoti, e oggi i nipoti tornano a sfogliarla. La sfida sta proprio nel riuscire a parlare con tutte le generazioni senza tradire la nostra identità. Non possiamo ignorare il fatto che i temi che una volta facevano ridere, come le battute stereotipate sui ruoli di genere, oggi non sono più divertenti. Poi per carità, dobbiamo riempire ogni uscita di talmente tante barzellette che qualcosa di stereotipato può ancora esserci. Oggi magari lo stereotipo della moglie che brucia le cose in cucina non fa neanche più sorridere, e allora basta invertire, è il marito quello che fa le pulizie. Insomma, ci si può giocare ma in modo differente e anche nuovo.
A proposito dell’oggi, qual è il rapporto della rivista con la dimensione digitale?
Il mondo digitale ha cambiato tutto. Su due livelli. Il primo: le edicole, che erano il nostro principale canale di distribuzione. Stanno scomparendo e questo è un problema per qualsiasi prodotto cartaceo. Certo, ci sono alternative, per esempio la grande distribuzione dove ci stiamo espandendo, ma è un tema con cui dobbiamo fare i conti. E un secondo livello: il tempo libero. Una volta, in quelli che io chiamo spazi interstiziali – in coda alle poste, sul tram – c’era chi leggeva un libro, chi il giornale, chi faceva La Settimana Enigmistica. Oggi non è più così; si guarda lo smartphone. Per noi è una sfida, ma anche un’opportunità: la gente ha ancora bisogno di stimoli per la mente, e se riusciamo a trovare il giusto modo per adattarci a queste nuove abitudini, possiamo continuare a essere un punto di riferimento.
Fonte : Wired