Se qualcuno ci chiede qual è il nostro primo ricordo, è molto probabile che questo non preceda i 5 o 6 anni di vita. Un fenomeno noto come “amnesia infantile”, le cui cause sono ancora sconosciute, caratterizzato da ricordi episodici che tornano alla mente offuscati e spesso senza alcun filo logico. Secondo Freud, tuttavia non si trattava di una vera e propria amnesia, ma di una rimozione nell’inconscio di certi ricordi o eventi che si creano nello sviluppo psicosessuale e causano un trauma, una spiegazione che però nel corso del tempo è stata accantonata.
Ad indagare di recente su questo fenomeno è stato un gruppo di ricerca, coordinato dalla Yale University di New Haven (Connecticut), che ha dimostrato come in realtà i bambini di appena un anno d’età riescono formare dei ricordi, ma non a recuperarli in età adulta. I dettagli dello studio sono stati pubblicati su Science.
Le ipotesi precedenti
Secondo ricerche precedenti che hanno provato a dare una spiegazione al fenomeno dell’amnesia infantile, gli adulti non riescono a ricordare ciò che hanno vissuto durante l’infanzia perchè in questa fase l’ippocampo, l’area del cervello fondamentale per la memoria episodica (permette di ricordare specifici eventi), è ancora in via di sviluppo e non riesce quindi a codificare i ricordi dei primi anni di vita. Secondo questi studi, i neonati di appena tre mesi hanno una memoria di tipo diverso, detta ‘statistica’ che statistica consente di estrapolare modelli generali dagli eventi ai quali assistiamo.
Sulla base dei più recenti studi, i ricercatori dell’Università di Yale hanno tuttavia formulato nuove ipotesi. Secondo la prima, i ricordi in età infantile non vengono mai completamente consolidati in una memoria a lungo termine. Secondo la seconda ipotesi, si formano ricordi nell’ippocampo dei bambini, ma questi diventano inaccessibili in età adulta.
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Lo studio
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno mostrato a 26 neonati, di età compresa tra i 4 mesi e i 2 anni, immagini nuove di volti, scene o oggetti per 2 secondi ciascuna. In seguito, dopo circa un minuto e dopo aver fatto vedere loro altre immagini, è stata mostrata loro un’immagine già vista in precedenza. Durante ogni compito di memoria i piccoli sono stati sottoposti (da svegli) a una risonanza magnetica funzionale (fMRI) per osservare l’attività dell’ippocampo. Dalle analisi è emerso che i neonati in cui l’ippocampo (area responsabile dei ricordi) lavorava più intensamente alla vista di una nuova immagine erano anche quelli che erano portati a guardare più a lungo quell’immagine quando gli veniva mostrata nuovamente. Ciò suggerisce che stavano effettivamente ricordando ciò che avevano visto. Un meccanismo più frequente nei bambini di un anno o più. “Se un bimbo si sofferma per più tempo su un’immagine già vista, rispetto a quella accanto, con molta probabilità la sta riconoscendo come familiare” ha spiegato Nick Turk-Browne, tra gli autori dello studio.
“Ciò che questo studio mostra – ha spiegato Turk-Browne – è una prova concettuale che la capacità di codifica esiste” .”Sebbene abbiamo riscontrato questa capacità in tutti i neonati del nostro studio – ha aggiunto il co-autore Tristan Yates -, il segnale era più forte in quelli di età superiore ai 12 mesi, il che suggerisce una sorta di traiettoria di sviluppo per la capacità dell’ippocampo di codificare i ricordi individuali”.
I neonati possono creare ricordi
Con questo studio, i ricercatori hanno così confermato la loro seconda ipotesi secondo cui l’ippocampo è attivo nella codifica della memoria, soprattutto nei bambini di un anno o più. In particolare, hanno scoperto un’attività di codifica maggiore nella parte posteriore dell’ippocampo, l’area associata al richiamo della memoria negli adulti. “È evidente che la memoria episodica si sviluppi più in là durante l’infanzia, attorno all’anno di vita – ha spiegato Turk-Browne -. Prima si sviluppa l’apprendimento statistico”. “L’apprendimento statistico – ha continuato il professore – riguarda l’estrazione della struttura nel mondo che ci circonda. Questo è fondamentale per lo sviluppo del linguaggio, della visione, dei concetti e altro ancora, quindi è comprensibile che entri in gioco prima della memoria episodica”.
Dove vanno a finire questi ricordi in età adulta
Ma allora cosa succede ai ricordi della nostra prima infanzia? Perchè in età adulta non li ricordiamo? Il motivo, secondo i ricercatori, è un problema di recupero a causa di una “mancata corrispondenza tra il modo in cui la memoria è stata inizialmente immagazzinata e i termini di ricerca che il cervello utilizza per cercare di tornare alla memoria”. Secondo Turk-Browne ciò potrebbe essere essere dovuto al fatto che le esperienze dei bambini (apprendimento statistico) sono molto diverse da quelle degli anni successivi, quando il cervello è in grado di categorizzare (memoria episodica).
Per comprendere meglio questo fenomeno, i ricercatori stanno continuando a testare bambini piccoli e più grandi per capire se, guardando video di quando erano più piccoli, riescono a ricordare quei momenti. “Dalle prime prove – hanno spiegato i ricercatori – sembra che questi ricordi riappaiano fino a quando il bimbo è in età pre-scolare, per poi scomparire. In ogni caso noi stiamo indagando e continueremo a lungo, sono convinto che questi ricordi possano durare in qualche forma fino all’età adulta, solo che non sappiamo più come accedervi”.
Fonte : Today