Bimbo morto a 2 anni in ospedale, il nonno: “I chirurghi stavano festeggiando il Capodanno”

Giacomo Saccomanno è morto all’ospedale Bambino Gesù di Roma a due anni. La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di sei cardiologi, che devono rispondere dell’accusa di omicidio colposo. È stata fissata per il prossimo 26 marzo l’udienza preliminare davanti al gup di Roma dei medici in relazione alla morte del bimbo di due anni, deceduto il 3 gennaio del 2019 e a cui, secondo l’accusa, era stato impiantato in modo errato un pacemaker. Sul caso era stata aperta una prima inchiesta poi archiviata e successivamente, sulla base di ulteriori elementi portati all’attenzione dei magistrati di piazzale Clodio è stato aperto un nuovo fascicolo nei confronti dei medici. Ora per loro la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio.

Morto dopo il trasferimento a Roma 

La storia del bambino comincia il 14 settembre 2016: nasce a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria,  con un “blocco atrioventricolare completo congenito”. Un primo intervento chirurgico si effettua a Taormina nel primo giorno di vita. La sua famiglia dalla Calabria arriva a Roma per affidarsi a un centro di eccellenza nella Capitale. 

Secondo l’accusa formulata dalla procura i medici dell’ospedale romano intervennero con “macroscopico ritardo”, e vennero “mal posizionate le cannule arteriosa e venosa a sinistra del collo al paziente” che versava in “arresto cardiocircolatorio prolungato”. Da parte dei medici indagati, secondo la procura, ci fu “negligenza, imprudenza e imperizia”.

Le visite e i presunti errori diagnostici

Il 26 aprile 2018, Giacomo viene visitato da due cardiologi al Bambino Gesù. Gli specialisti riscontrano un ingrandimento atriale destro, ma non notano la rettilineizzazione del pacemaker, dell’elettrocatetere e degli elettrodi, che appaiono dislocati con ampie curve verso il mediastino superiore. Secondo l’accusa, i medici avrebbero dovuto prescrivere una radiografia del torace in posizione laterale per individuare il “potenziale strangolamento in atto”.

Il giorno successivo, il dottor Russo sottopone Giacomo a un elettrocardiogramma, rilevando una lieve dilatazione e ipertrofia del ventricolo destro, oltre a un’insufficienza polmonare. Tuttavia, invece di prescrivere una Tac al cuore d’urgenza, il medico consiglia un angio-TC del circolo polmonare, una scelta che, secondo l’accusa, avrebbe ritardato la diagnosi corretta.

Il 12 novembre 2018, Giacomo viene sottoposto a un’ altra Tac, ma le sue condizioni continuano a peggiorare. Il 21 dicembre, durante una visita, vengono rilevate diverse problematiche, ma non viene disposta una dimissione protetta. Così, il 31 dicembre Giacomo si trova in Calabria con la famiglia, quando le sue condizioni precipitano. La corsa all’ospedale di Polistena e il volo con aereo militare atterrato a Roma sottolineano la gravità della situazione. Alle nove di sera dell’ultimo giorno dell’anno, quando Giacomo arriva al Bambino Gesù, non viene operato subito. L’intervento avviene solo il 1° gennaio 2019, con un “macroscopico ritardo”, secondo la famiglia. Durante l’operazione, le canule arteriose e venose vengono posizionate in modo errato, compromettendo ulteriormente le condizioni del bambino. Giacomo entra in coma. Morirà il 3 gennaio 2019.

Le accuse della famiglia

Il nonno di Giacomo ha raccontato che una volta arrivati nell’ospedale romano non si è trovata l’èquipe. Una dottoressa ha dato disposizione che il bambino venisse stabilizzato per operarlo il giorno dopo. Secondo l’accusa, il bambino è rimasto senza ossigenazione per due o tre ore, un dettaglio emerso solo durante le indagini difensive. La famiglia accusa i chirurghi di non essere intervenuti tempestivamente perché impegnati nei festeggiamenti di Capodanno: “Non si va a un veglione al posto di salvare un bambino”.

Fonte : Today