Dalla votazione della scorsa settimana a Strasburgo fino agli ultimi travagli interni visti in Parlamento, il Pd sta attraversando giorni di grande agitazione. E non potrebbe essere altrimenti. Nel partito convivono infatti due linee, o meglio due sensibilità, profondamente diverse tra loro. Una potremmo definirla più “movimentista”, l’altra di impronta più spiccatamente “governista”.
La prima è incarnata dalla segretaria Elly Schlein, la seconda fa capo alla corrente dei cosiddetti “riformisti” (Bonaccini, Guerini, Picierno e altri). La prima ha vinto le primarie, la seconda aveva prevalso nella fase congressuale interna ai circoli dem.
L’amalgama democratica
Si tratta di due visioni che da sempre faticano a trovare una sintesi (come ricordava Massimo D’Alema con il celebre “l’amalgama non è riuscito”) e che su temi identitari, come il lavoro (si pensi al referendum sul Jobs Act) o la politica estera, riemergono nella loro apparente inconciliabilità.
Da un lato c’è la segretaria che rivendica il diritto – anzi, il dovere – di imprimere una svolta al partito sulla base delle idee per cui è stata scelta. Dall’altro, una minoranza che, forte del largo consenso tra gli iscritti (oltre al fatto che la maggior parte degli eletti con le preferenze appartiene al fronte riformista), si richiama alla tradizione più moderata del partito e pretende di far valere il proprio peso.
Sono due visioni entrambe legittime ma difficilmente conciliabili, e da qui nascono i problemi di tenuta del Pd, che neppure tutti gli esercizi semantici del mondo possono mascherare. Le recenti dispute intorno a un aggettivo o a un avverbio nelle risoluzioni da sottoporre al voto di senatori e deputati dem sono il sintomo di un disagio profondo.
Quale futuro per il Pd
L’inconciliabilità di queste posizioni suggerisce la necessità di un chiarimento interno, quello che Schlein ha lasciato intendere di voler affrontare a breve, forse sollecitata dai suoi fedelissimi (soprattutto dai più facinorosi). Non è detto, però, che tutto questo sia una buona notizia per il partito. Se da un lato è essenziale avere una proposta politica chiara e riconoscibile, dall’altro il Pd è sempre stato percepito come una forza plurale, e la segretaria non può ignorare una sensibilità che, pur diversa dalla sua, resta tutt’altro che marginale.
Per restare sul tema della guerra, basta leggere un recente sondaggio di Alessandra Ghisleri, secondo il quale gli elettori del Pd – pur con mille cautele – sono tra i meno contrari al piano ReArm Europe. Un segnale che Schlein dovrebbe considerare con attenzione, evitando forzature che potrebbero ritorcersi contro di lei.
Fonte : Today