Moda: arriva l’intelligenza artificiale che lancia la collezione (e sostituisce le modelle)

Ha sviluppato un’intelligenza artificiale che permette a chiunque di creare e lanciare la propria collezione di moda. Un’AI che produce on demand, senza sprechi. E non ha più bisogno delle modelle. Lei è Sylwia Szymczyk, 37 anni, di cui 15 trascorsi nella moda. In Italia dal 2010, ha iniziato come sarta, è diventata 3D apparel specialist e ha scalato il settore fino a diventare la persona che si occupava di innovazione in Timberland.

Poi, a un certo punto, ha lasciato tutto – lavoro sicuro e stipendio fisso – per cambiare il mondo della moda con l’AI. «Per inseguire i miei sogni e fondare la mia startup». Si chiama Fashioninsta.ai e per lanciarla ha scelto proprio la Fashion Week. La startup sarà presentata questa sera al Gallia di Milano.

C’è di più. Sylwia è una dei magnifici quattro selezionati da The Liquid Factory, lo startup studio di Fabrizio Capobianco, che crea un ponte tra la Valtellina e la Silicon Valley. Ha sbaragliato 181 candidati provenienti da 20 Paesi, vincendo 200mila euro per realizzare la sua idea e scalare.

«Il sistema moda è rotto. Non è più sostenibile. Tutto è sbagliato, lento e obsoleto. I marchi più grandi stanno subendo perdite significative. Dal disegno di un capo al suo arrivo sul mercato ci vogliono due anni. E in due anni tutto cambia. Oggi abbiamo tecnologie, come l’intelligenza artificiale e il 3D, che possono ridurre tempi e sprechi. Ma le aziende si rifiutano di usarle. Chiuse nei silos e nel “si è sempre fatto così”».

Con lei c’è il tecnico Gilberto Moreno Cruz, in arte Gil, messicano trapiantato in Italia. Co-founder per la seconda volta. «È un esperto di Machine Learning e AI, con la missione di semplificare le tecnologie». I due qualche settimana fa hanno fatto application per YCombinator, il famoso acceleratore di startup della Silicon Valley, dove entra solo l’1% di chi fa application.

Sylwia Szymczyk e Gilberto Moreno Cruz, i founder di fashionista.ai

«Il nostro primo target sono influencer e fashion blogger: persone innamorate della moda che vorrebbero creare il proprio marchio di abbigliamento, ma non hanno competenze né possibilità economiche. Perché non dare loro l’opportunità di creare le loro collezioni? Hanno un pubblico fidelizzato, possono essere il punto di svolta per l’industria.

Funziona così: «Le influencer effettuano il login con il proprio profilo Instagram. L’intelligenza artificiale analizza il loro stile, i trend di mercato e le preferenze dei loro follower. Poi genera capi che combinano stile, tendenze e gusti del suo pubblico.

Lei seleziona i capi che desidera mettere in vendita, e noi creiamo per lei contenuti social (foto e video reel) in cui indossa virtualmente i modelli scelti, oltre a una pagina di vendita dedicata con link per gli acquisti. Per questo le modelle non servono più, ma anche loro potranno avere l’opportunità di costruirsi un brand. Una volta pubblicati i capi sui loro canali, i follower li acquistano e noi trasmettiamo l’ordine al produttore, che si occupa della produzione e della spedizione della merce».

15 anni di lavoro nella moda, Sylwia ha vissuto tutto in prima persona, ha capito quanti processi ci sono che si possono semplificare grazie all’intelligenza artificiale. «Un lavoro che si faceva in 12 mesi, oggi si può fare in 12 ore».

Nata e cresciuta in Polonia, proprio per la moda arriva in Italia nel 2010. Ha un’azienda di import-export di abbigliamento dalla Cina. Presto si rende conto che così non può funzionare, inizia a produrre dalla Polonia, ma le cose non vanno come previsto. Ricomincia da zero.

Inizia il suo percorso come sarta prototipista e modellista, specializzandosi nella parte tecnica e nello sviluppo prodotto presso Max Mara. È qui che scopre il 3D, un’innovazione che cambierà radicalmente la sua carriera. Durante il Covid, studia, approfondisce la conoscenza del 3D, si appassiona e decide di farne il fulcro del suo lavoro. Prende certificazioni e attestati. Partecipa a un hackathon organizzato dal Tecnopolo di Reggio Emilia, dove sviluppa una piattaforma metaverso che permette ai designer di vendere i propri capi in 3D. Il progetto è ambizioso, il team non è quello giusto e l’iniziativa si interrompe. Entra in Timberland, fa carriera, gira il mondo ma il contesto intorno le diceva di cambiare.

«Buttiamo via troppi soldi. Si parla di 500 miliardi di dollari l’anno solo per l’overproduction. E poi nelle aziende grandi l’innovazione non si muove, i nuovi progetti non partono. Servono molti passaggi burocratici solo per approvare un tool».

Ed è proprio in questo momento che Capobianco sta lanciando il suo startup studio. È appena tornato da Silicon Valley, dove aver creato 3 startup e due exit ed è il momento del give back. «Un giorno ho visto un post su Linkedin di una collega che parlava dell’iniziativa di Fabrizio Capobianco. Fare startup è sempre stato il mio sogno. Ne avevo già avviata una, ma la prima volta avevo fallito. Così ho deciso di riprovarci.

Ho registrato un video e mandato la mia idea. Il giorno del mio 37º compleanno, ho fatto il primo colloquio con Matteo Daste [avvocato, da 20 anni in Silicon Valley ndr] . È andato benissimo. Poi è arrivato il secondo colloquio: Capobianco mi ha distrutta. “Vorrei puntare sui più giovani, hai un lavoro a tempo pieno…”. Ma la proposta arriva, Sylwia viene selezionata per The Liquid Factory.

«A quel punto ho passato una settimana intera a chiedermi se davvero volevo lasciare una vita comoda. Alla fine, ho deciso di sì. Perché non c’è spinta migliore di qualcuno che crede nel tuo progetto. Questa cosa mi ha fatto sognare…»

Entrata in The Liquid Factory, le presentano Gil, messicano in Italia, developer e CTO di Instant «Ci siamo presi subito, è molto difficile trovare un developer che si innamora della moda. Gil mi ha fatto subito uno schizzo»

Dove ti immagini tra un anno? «A San Francisco. A cominciare la rivoluzione verso una moda più sostenibile e inclusiva. Io sono una che sogna in grande. Mi godo la strada, ma che vada ho imparato qualcosa. Se tutto va bene, cambio il mondo».

Fonte : Repubblica