È un film-viaggio, uno di quelli in cui i personaggi vivono situazioni insolite in luoghi in cui non si sentono a casa, litigano e si trovano inevitabilmente a scontrarsi. E, come si conviene, i protagonisti formano la classica strana coppia, che discute, si scontra e a tratti non riesce nemmeno a capirsi. È la benzina di questo tipo di film: mettere insieme persone molto diverse in situazioni imbarazzanti o particolari, così che possano emergere differenze, rancori, ma anche affetti. Tutto avviene secondo copione, ben scritto dallo stesso Eisenberg, e, come spesso accade nelle buddy comedies, i due protagonisti rappresentano in realtà due estremi dell’animo umano, entrambi presenti in proporzioni diverse in ogni persona o potenziale spettatore: la parte trasandata e irresponsabile e quella inibita e responsabile. Tutta la storia rappresenta, personificando le pulsioni, l’esigenza di sintesi di spinte diverse che c’è in ognuno.
In questi film, ciò che crea delle anse, dei buchi nell’usuale in cui si sfugge al banale, sono i momenti in cui la storia sceglie di uscire dalla formula del proprio genere. Così, dopo un inizio incentrato sulla dinamica di un cugino sempre in imbarazzo per le azioni dell’altro e dell’altro che, nonostante il suo atteggiamento grossolano, riesce a integrarsi e a entrare in connessione con gli altri, A Real Pain dimostra di saper cambiare, di non rimanere incatenato ai suoi principi iniziali, ma di avere il coraggio di rimescolare le carte e ridefinire le relazioni tra i due protagonisti. Non ha, insomma, paura che deviando dall’impostazione iniziale suoni incoerente, perché sa che i due personaggi e la loro coerenza interna tengono in piedi il film. E questo vuol dire che, come si diceva inizialmente, molto della riuscita del film sta sulle spalle degli attori e della loro capacità, al cambiare del film, di capire come quei personaggi si comportino, si adattino e rimangano se stessi in situazioni diverse.
Disney
Fonte : Wired