A quattro anni dalla visita si avvicina l’inaugurazione di un luogo di culto che è anche “messaggio” e meta di “pellegrinaggio”. La preoccupazione comune di cristiani e musulmani per la salute del pontefice. Il patrimonio culturale un tesoro che “resta” nel tempo e sostiene l’economia. Il tema della secolarità dello Stato e l’appello per la fine delle guerre e dell’ideologia estremista.
Baghdad (AsiaNews) – Un edificio che è anche un “messaggio”, un segno di “apertura”, un luogo di “pellegrinaggio internazionale” per gli iracheni e i fedeli di tutto il mondo, cristiani e musulmani, perché Abramo “è il padre comune”. È l’auspicio rivolto ad AsiaNews dal patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, anticipando l’imminente inaugurazione della chiesa a Ur dei caldei, a quattro anni dalla visita di papa Francesco. Un’apertura prevista, in origine, il 6 marzo in concomitanza con l’anniversario del viaggio apostolico, ma che “si terrà dopo Pasqua – spiega il porporato – per far trascorrere il tempo di Ramadan e Quaresima. Anche perché, per la cerimonia, è prevista la partecipazione del primo ministro [Mohammed Shia al-Sudani] e di altre personalità musulmane, per questo abbiamo preferito posticipare dopo il mese di digiuno e preghiera islamico”.
Il luogo di culto, spiega il card. Sako, intende rappresentare un punto di riferimento e un centro di pellegrinaggio “come la chiesa del Battesimo sul fiume Giordano o la Casa Abramitica negli Emirati Arabi Uniti”. “Oggi – prosegue – abbiamo bisogno di questi segni e di questi luoghi che uniscono tutta l’umanità e rappresentano un punto di incontro per tutte le religioni”. Una chiesa “importante per l’Iraq e per gli iracheni, un ‘segno’ cristiano in una realtà a larga maggioranza musulmana, che aiuterà a capire i cristiani e rispettare la loro fede, guardando ai punti di unione e accettando gli elementi di diversità, per vivere in pace e stabilità”.
A quattro anni dalla visita di papa Francesco – primo viaggio apostolico del pontefice all’estero, quando ancora infuriava la pandemia di Covid-19 – la comunità cattolica irachena è pronta a inaugurare una nuova chiesa a Ur dei caldei, la Ibrahim Al-Khalil Church. Un richiamo ad Abramo (origine della fede di ebrei, cristiani e musulmani) e parte di un complesso più ampio che sorge nella pianura desertica, contraddistinto da una caratteristica forma piramidale. Non solo luogo di culto, ma pure un centro religioso, sociale e culturale legato a doppio filo a Francesco e al suo messaggio sull’appartenenza al profeta delle tre grandi religioni monoteiste. Una spinta ulteriore al dialogo dopo la firma del documento sulla “fratellanza” ad Abu Dhabi nel 2019 con l’imam di al-Azhar per l’islam sunnita e l’incontro, sempre in Iraq, con l’ayatollah Ali al-Sistani massima autorità sciita.
Il luogo di culto vuole essere anche un incoraggiamento per comunità cristiana irachena, decimata nell’ultimo ventennio tanto che, se in passato si contavano almeno 1,5 milioni di fedeli, oggi ne sono rimaste qualche centinaia di migliaia. L’edificio sorge su una superficie di 10mila metri quadri e prevede al suo interno una grande sala di 600 mq e una torre campanaria alta 23 metri. La chiesa non intende solo servire la comunità cristiana, ma si propone al contempo di attirare turisti da tutto il mondo, in particolare i pellegrini cristiani.
“A distanza di quattro anni dalla visita del papa – racconta il card. Sako – tutti lo ricordano, così come lui stesso, più volte in passato, ha detto che l’Iraq è nel suo cuore”. Le condizioni di salute del pontefice sono fonte di apprensione non solo per i cristiani, ma per le stesse autorità e molti musulmani. “Due giorni fa – riferisce il porporato – mi ha chiamato il primo ministro chiedendo delle sue condizioni e facendo gli auguri di pronta guarigione. Fra la popolazione egli gode di grande rispetto, con la sua presenza ha saputo cambiare [almeno in parte] la mentalità, rafforzato la convivenza, il senso di fratellanza, la consapevolezza che la fede è una questione personale, mentre l’appartenenza allo Stato rappresenta un bene comune”. Un problema, quest’ultimo, centrale in Iraq “come in generale nei Paesi del Medio oriente: dalla Siria al Libano, dall’Iraq alla Palestina bisogna mettere fine all’ideologia estremista e violenta, alla guerra, morte, distruzione, bisogna ricorrere alla diplomazia morbida”.
Il patriarca caldeo guarda all’esempio di altre nazione arabe, anche fra quelle del Golfo, dove “non vi è più una ideologia religiosa così estremista, la fede è alla base, ma il regime, il sistema di governo deve essere civile. E si deve lavorare – aggiunge – per costruire uno Stato di diritto, di giustizia, uguaglianza, in cui sono assicurati rispetto e sicurezza”. Inoltre, l’Iraq deve valorizzare il proprio patrimonio culturale e archeologico, “il vero oro nero” come suole ripetere, perché “grazie al turismo e ai pellegrinaggi è possibile sostenere l’economia del Paese: un giorno il petrolio finirà, ma le antichità, i tesori, se conservati, resteranno”. Alla valorizzazione del patrimonio, avverte, si deve affiancare l’impegno per la pace perché “i molti fronti di guerra preoccupano e non sappiamo cosa succederà. Anche Siria e Libano sono elementi di incertezza, anche se spero si potrà continuare in questa strada di costruzione politica, nazionale ed economica”.
Tornando alla chiesa a Ur, il patriarca auspica che possa diventare “un segno di apertura” e aiuti “a ragionare e a vedere meglio. Faccio un esempio: due giorni fa ho pubblicato – racconta – un libro sull’islam, come un cristiano guarda alla fede musulmana negli elementi che avvicinano come nei punti di divergenza, la trinità, la divinità di Gesù, un capitolo sulla Vergine Maria. Intendo distribuirlo in questo Ramadan” aggiunge, anche per fornire loro gli strumenti per capire meglio i cristiani che “non sono nazareni, termine che identifica una setta mista di cristiani e giudei. Cerco di aprire il mondo musulmano – afferma – e di aiutarlo a ragionare sull’interpretazione dei libri sacri, come noi abbiamo fatto con l’esegesi del testo”. Infine, il card. Sako ritorna sulle preoccupazioni comuni “per il papa e la sua salute. Molti mi hanno scritto in questi giorni – conclude – anche musulmani, per sottolineare come egli rappresenti un segno di speranza, una luce per l’umanità con la sua lungimiranza, la sua umanità, la sua apertura”.
Fonte : Asia