Strage Borsellino, un’agenzia israeliana doveva salvare il super-killer: perché si sospetta un nuovo depistaggio

Tra le carte delle due inchieste più seguite dalla Presidenza del consiglio – l’agenzia Equalize a Milano e Squadra Fiore a Roma – spunta un retroscena inquietante. Gli spioni milanesi, stipendiati dalla società dell’ex poliziotto Carmine Gallo e dell’aspirante sindaco di centrodestra Enrico Pazzali, stavano dossierando la famiglia di Gaetano Buglisi, 50 anni, imprenditore siciliano. Hanno schedato perfino le figlie di 13 e 15 anni. Il padre di Gaetano è una figura di primo piano dell’antimafia di Stato. In una delle sue imprese ha infatti assunto Maurizio Avola, 64 anni e 80 omicidi sulla coscienza.

La macchina della verità israeliana con la mediazione di “Luttwak”

Prima però dobbiamo ricostruire il ruolo dei personaggi di questo nuovo giallo. Poi potremo entrare nel succo della storia: dall’agenzia israeliana, che mette a disposizione il test della macchina della verità sulla voce di Avola, alla mediazione di un misterioso “Luttwak”.

Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta uccisi nell'attentato (foto Polizia di Stato)

Maurizio Avola è il collaboratore di giustizia raccontato nel best-seller di Michele Santoro “Nient’altro che la verità” (Feltrinelli): si tratta di un ex killer di mafia che, con quasi trent’anni di ritardo rispetto alle sue prime confessioni, rivela di aver partecipato in via D’Amelio a Palermo, il 19 luglio 1992, alla strage con cui vengono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e cinque poliziotti della sua scorta (sopra, la strada di Palermo devastata dopo l’esplosione, con le foto delle vittime).

La versione di Maurizio Avola non è soltanto un’idea editoriale. Perché, nella sua lunga intervista, parlando del garage in cui viene imbottita di esplosivo la Fiat 126 rubata per l’attentato, il pentito esclude la presenza di un complice esterno a Cosa nostra: un uomo che un altro collaboratore, Gaspare Spatuzza, aveva indicato come appartenente alla polizia o al Sisde, il servizio segreto di allora. Al posto dell’infiltrato, Avola colloca se stesso. E accusa altre tre persone, tra le quali il boss catanese Aldo Ercolano.

Michele Santoro racconta in un libro la nuova confessione di Maurizio Avola

Le dichiarazioni di Maurizio Avola, raccolte per la prima volta da Michele Santoro nel suo libro, se fossero vere avrebbero due effetti: escluderebbero la partecipazione diretta di apparati dello Stato nella strage di via D’Amelio e smentirebbero Spatuzza, facendo così mancare il testimone chiave che ha permesso di inquadrare le complicità superiori e inferiori di quella tragica stagione, dalla quale è nata l’Italia politica della Seconda repubblica.

Via D'Amelio a Palermo devastata dall'attentato del 19 luglio 1992 (foto LaPresse)

Se invece le parole di Avola fossero false, sarebbe il secondo grave depistaggio sulla morte di Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Già il primo grande depistaggio aveva fatto condannare persone innocenti ed era stato smascherato proprio grazie alle confessioni di Gaspare Spatuzza (nella foto sopra, via D’Amelio dopo l’attentato).

Salvati dalla prescrizione i poliziotti processati per il primo depistaggio

I processi di revisione che sono seguiti hanno infatti accertato la partecipazione all’operazione di insabbiamento della verità di funzionari di alto livello della polizia di Stato e del Sisde, a cominciare da Arnaldo La Barbera, che aveva l’inedito doppio ruolo di poliziotto e di agente segreto Rutilius. L’ultimo procedimento in corso si è concluso nel 2024, davanti alla Corte d’appello di Caltanissetta e ha dichiarato la prescrizione del reato di calunnia per gli imputati Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, anche loro funzionari di polizia.

La versione di Avola insomma, grazie alla sua confessione pubblicata nel libro, con i processi di revisione ancora in corso, avrebbe alla fine salvato la memoria di La Barbera, i suoi colleghi, la polizia e il Sisde. In altre parole, gli apparati dello Stato.

L’evento su La7 con le nuove rivelazioni sulla strage di via D’Amelio

Michele Santoro non ha ovviamente alcuna responsabilità in tutto questo. Ha fatto benissimo il suo lavoro di giornalista e il libro, anche se Avola dovesse essere definitivamente smentito, sarebbe il fedele ritratto da leggere su un incredibile doppiogiochista, che ha ottenuto l’attenzione televisiva che nessun altro collaboratore aveva mai raggiunto. Il 28 aprile 2021 su La7, il direttore Enrico Mentana conduce infatti una serata evento intitolata “Speciale mafia. La ricerca della verità”. Tra gli ospiti in studio c’è proprio Michele Santoro (nella foto sotto, tra Andrea Purgatori e Mentana), invitato a presentare il suo nuovo libro su Avola, in vendita dal giorno dopo.

Michele Santoro, al centro, tra Andrea Purgatori ed Enrico Mentana durante la presentazione del libro su Maurizio Avola su La7

Inevitabile che la Procura di Caltanissetta, competente per i reati che coinvolgono i magistrati di Palermo, accerti i fatti. Arrivando così a indagare sui contatti di Maurizio Avola e del suo avvocato Ugo Colonna con Michele Santoro e un suo collaboratore, il giornalista Guido Ruotolo. Il supplemento di indagine sulla vicenda è terminato poco prima di Natale 2024, con la richiesta di archiviazione nei confronti di Avola e dei presunti nuovi complici nella strage. Il procuratore Salvatore De Luca, con l’aggiunto Pasquale Pacifico e la pm Nadia Caruso, evidenziano la “totale falsità del narrato di Avola che… non sfugge al sospetto di essere etero diretto”. Sopra il collaboratore, ci sarebbe insomma una regia occulta. E potrebbe essere la stessa del primo grande depistaggio. Chi si vuole proteggere?

La “totale falsità” di Maurizio Avola: il sospetto di una regia esterna

È soltanto il punto di vista della Procura. Si attende ora la decisione del giudice per le indagini preliminari. In parallelo, all’indomani della pubblicazione del libro di Santoro, viene avviata un’altra inchiesta in cui sono indagati Avola e il suo avvocato Colonna per la presunta calunnia ai danni dei complici tirati in ballo che, secondo il procuratore, complici non sono. Il caso del presunto nuovo depistaggio è quindi chiuso? No.

Dalle indagini si scopre che Avola, negli stessi giorni in cui dice di avere riempito la Fiat 126 di esplosivo, ha il braccio sinistro ingessato per una brutta frattura. Lo dimostra la sua cartella clinica nell’archivio dell’ospedale Cannizzaro a Catania. È francamente difficile piazzare in un’autobomba 90 chili di tritolo e Semtex e connetterli al detonatore con una mano sola. Anche se lui, nei successivi interrogatori, afferma che per fare il lavoro si è sfilato il gesso. Per poi rimetterselo.

Il test alla macchina della verità per riportare il pentito in televisione

Michele Santoro si lamenterà con una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando scoprirà dagli atti dell’inchiesta che dopo l’uscita del libro è stato a lungo intercettato. Proprio su richiesta della Procura di Caltanissetta. È grave quando i contatti confidenziali di un giornalista, segreti per legge, vengono rivelati. Ma di fronte alla gravità del reato, per i magistrati inquirenti non sembra ci siano alternative.

Un test al poligrafo negli Stati Uniti (foto Fbi)

Le indagini, affidate alla Direzione investigativa antimafia, scoprono così che un anno dopo la serata di Enrico Mentana si vuole portare il caso Avola nuovamente in tv. Dove le sue dichiarazioni, o eventualmente il collaboratore in persona, sarebbero stati sottoposti alla macchina della verità. Il nostro ordinamento vieta l’impiego, nei confronti di imputati e testimoni, di strumenti idonei a influire sulla propria libertà di autodeterminazione come il poligrafo, chiamato appunto macchina della verità, l’ipnosi e la narcoanalisi. Ma anche se non ha alcuna valenza legale, davanti a milioni di telespettatori il test su Maurizio Avola o soltanto sulla sua voce avrebbe avuto un potente impatto. Soprattutto nel caso in cui fosse stata avvalorata la sua attendibilità (nella foto sopra, un test al poligrafo negli Stati Uniti).

Il vicequestore-sindaco dei 5Stelle in contatto con Asaf in Israele

È da questo punto in poi dell’inchiesta che emergono contatti inaspettati. Circostanze che per la loro delicatezza sono state recentemente sottoposte all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia. La persona incaricata di trovare una macchina della verità disponibile per il nuovo evento tv, secondo gli atti della Dia depositati, è infatti contemporaneamente in contatto con un magistrato di Roma e una funzionaria di polizia distaccata alla Presidenza del consiglio. Ma questo potrebbe essere solo una coincidenza, legata al ruolo professionale dell’intermediario.

Chi invece si occupa di far sottoporre la registrazione delle dichiarazioni di Avola su via D’Amelio alla macchina della verità, sempre secondo gli atti depositati, è un vicequestore di polizia, Angelo Casto, già sindaco di Nettuno per il Movimento 5Stelle. Casto, autore di un libro sulla storia del poligrafo, si espone di persona e mette a disposizione di Santoro e Ruotolo i servizi di un’agenzia investigativa israeliana, il cui rappresentante si chiama Asaf. Gli israeliani possono però sottoporre alla macchina della verità soltanto la voce registrata di Maurizio Avola, non la persona. E quando Ruotolo sollecita Casto per avere il responso, spunta un nome misterioso. Questa che segue è l’annotazione degli investigatori della Dia.

L’aiuto di Luttwak per aggirare la polizia italiana: “È dei loro”

Angelo Casto “in relazione all’esito della macchina della verità che stanno ancora attendendo da una società israeliana, essendo che il suo contatto non gli ha risposto, consiglia (a Guido e Michele) di chiamare Luttwak, affinché a sua volta costui contatti il numero di cellulare che lo stesso Angelo fornirebbe… Angelo gli manderà un ulteriore messaggio di sollecito. Ribadisce che è possibile che Luttwak riuscirebbe [riesca] a convincere il contatto, essendo che è dei loro, aggirando il discorso della polizia italiana”.

“È dei loro”: chi sono loro? Visto che è in gioco il presunto depistaggio sul massacro di un magistrato e di cinque poliziotti e l’inchiesta è ancora in corso, la domanda resta centrale. Potrebbe essere un clamoroso equivoco. Oppure anche “loro” hanno interesse affinché la storia sulla strage di via D’Amelio venga riscritta.

La copertina del libro di Michele Santoro su Maurizio Avola (Feltrinelli)

Today.it ha posto alcune domande a Guido Ruotolo. Gli abbiamo chiesto il nome della società israeliana che ha eseguito il test della macchina della verità sulla voce di Avola. E da chi fosse nata l’idea di far intervistare il collaboratore: dallo stesso Avola, dall’avvocato Colonna, da funzionari di polizia o da altre persone? Ruotolo non ha risposto. Michele Santoro ci ha invece invitati a contattare il legale del pentito, Ugo Colonna. Questa che segue è la sua risposta.

L’avvocato Ugo Colonna: il contatto con gli israeliani non è una mia iniziativa

“La notizia della partecipazione di Avola nella strage di via D’Amelio – spiega l’avvocato Colonna – è stata riferita ai giornalisti Michele Santoro e Guido Ruotolo nel 2019, in relazione a un libro che gli stessi volevano scrivere sulla tumultuosa vita di Avola e ben prima che Avola rendesse il 31 gennaio 2020 le dichiarazioni ai magistrati di Caltanissetta. I giornalisti anzi hanno sollecitato Avola a riferire ai magistrati tutto quanto a sua conoscenza”.

“L’iniziativa di sottoporre Avola alla macchina della verità è stata presa dai giornalisti in autonomia – aggiunge Ugo Colonna – per comprendere l’affidabilità della fonte di tali dirompenti dichiarazioni, con finalità certamente non giudiziarie e non finalizzate a confluire in un processo. Non conosco personalmente, né ho mai incontrato il vicequestore Angelo Casto, che era una conoscenza di Ruotolo, intervenuta per i contatti costruiti nei lunghi anni di attività giornalistica. Non ho mai avuto contatti o incontri, neppure il mio assistito, con persone della società israeliana a cui è stata sottoposta l’intervista ad Avola, né con altri funzionari di polizia, che si sono relazionati esclusivamente con i giornalisti”.

Cosa ha detto la macchina della verità sul pentito Maurizio Avola

“Chiedo di voler considerare con attenzione il fatto che – risponde il difensore di Maurizio Avola – i penetranti accertamenti a sorpresa effettuati nei confronti di Avola, miei e dei giornalisti (intercettazioni anche con trojan, appostamenti, sviluppo di tabulati, indagini patrimoniali) non evidenziano alcun contatto mio o di Avola con appartenenti a forze di polizia o servizi più o meno segreti, fossero italiani o stranieri. E questo è un dato oggettivo… Avola invece non ha mai escluso, perché non è in condizioni di farlo, che le ideazioni delle stragi potessero aver visto un ruolo di entità diverse”.

Non sappiamo se proprio grazie al misterioso Luttwak. Ma alla fine l’agenzia israeliana fa finalmente arrivare il risultato della macchina della verità. “Il primo e parziale esito del poligrafo – spiega infatti l’avvocato Colonna – che lo si ritenga o no scientificamente attendibile, era nel senso che Avola non mente sulla parte della vicenda rivelata, ma non aveva raccontato tutto quanto a sua conoscenza perché seriamente preoccupato”. E come non dargli ragione.

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Fonte : Today